Roma – Fino al 14 settembre la Galleria Borghese ospita la prima mostra personale in Italia di Wangechi Mutu, artista keniota-americana tra le voci più incisive dell’arte contemporanea. Poemi della terra nera non si limita a dialogare con gli spazi del museo: li trasforma, li scardina, li reinterpreta, insinuandosi con forza poetica tanto nelle sale interne quanto negli ambienti esterni, dalla facciata ai Giardini Segreti.
Curata da Cloé Perrone, l’esposizione si configura come un intervento site-specific che mette in discussione l’identità stessa del museo, sospendendo per un tempo limitato la rigidità del suo impianto classico. Sculture, installazioni, immagini in movimento e performance danno vita a un ecosistema visivo e sonoro in cui la memoria diventa materia, gesto e voce.
All’interno della Galleria Borghese, le opere di Wangechi Mutu si inseriscono nella collezione permanente con apparente leggerezza: lavori come Ndege, Suspended Playtime, First Weeping Head e Second Weeping Head sembrano sfidare la gravità, oscillando tra sospensione e appoggio precario. Sono presenze sottili ma potenti, che insinuano fratture e nuovi significati nelle sale storiche.
Fuori, la mostra si amplifica. Due monumentali sculture – The Seated I e The Seated IV – già presentate al Metropolitan Museum di New York, occupano la facciata della villa, imponenti e enigmatiche. Nei giardini, figure ibride come Nyoka, Musa, Heads in a Basket e Water Woman riscrivono i canoni della cariatide e del vaso mitico, evocando corpi in trasformazione, simboli di metamorfosi e ambiguità. Il video The End of Eating Everything aggiunge una dimensione temporale e visionaria, testimoniando la vocazione espansiva e sensoriale del linguaggio di Mutu.
Fondamentale anche la presenza del suono: dalle evocazioni intime di Poems for my great Grandmother I al testo tratto da War di Bob Marley, ispirato al discorso di Haile Selassie contro il razzismo, la parola si fa materia, ritmo, scultura. È un linguaggio che vibra, che dà corpo a memorie individuali e collettive.
Il percorso espositivo trova il suo completamento simbolico all’American Academy in Rome, dove è collocata Shavasana I: una figura bronzea distesa su una stuoia, in posa di abbandono, circondata da antiche iscrizioni funebri. Un’opera che invita alla meditazione sulla morte, sul silenzio e sulla dignità del corpo.
Con Poemi della terra nera, Wangechi Mutu porta alla Galleria Borghese una visione radicale e stratificata, capace di intrecciare mito e attualità, spiritualità e politica, corpo e natura. Un intervento che non solo ridefinisce lo spazio museale, ma lascia emergere una riflessione urgente sull’identità, la memoria e la possibilità di trasformazione.
