Plinio Nomellini (Livorno, 1866 – Firenze, 1943) è stato uno dei protagonisti più complessi e sfaccettati del Divisionismo italiano, capace di attraversare con coerenza e tensione interiore molte delle trasformazioni artistiche e culturali tra Otto e Novecento. Nato da una famiglia modesta, studiò alla scuola di Arti e Mestieri di Livorno e seguì le lezioni di Natale Betti, per poi trasferirsi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove entrò in contatto con Giovanni Fattori e i macchiaioli Silvestro Lega e Telemaco Signorini. La sua formazione toscana fu essenziale, ma già sul finire degli anni Ottanta l’artista manifestò il desiderio di allontanarsi dalla tradizione della macchia. Il suo dipinto Il fienaiolo del 1888 segnò simbolicamente questo distacco, suscitando l’apprezzamento di Signorini e le perplessità di Fattori, che lo ammonì sul rischio di avvicinarsi troppo ai modelli francesi. In quegli stessi anni Nomellini osservava infatti con interesse le ricerche impressioniste e, insieme a giovani colleghi come Müller, Pagni e Fanelli, si avvicinava a una pittura più moderna, tanto che il critico Diego Martelli definì questo gruppo “gli impressionisti livornesi”. Nel 1890 si trasferì a Genova, dove rimase fino al 1902.

In quel contesto divenne figura centrale della scena artistica locale, animando la Promotrice Genovese e dando vita al “gruppo di Albaro”, che riuniva artisti innovatori come Sacheri, Olivari, Balbi, De Albertis e Vernazza. La sua pittura abbracciò progressivamente il Divisionismo, declinato sia in chiave sociale, con opere dedicate al lavoro e alle tensioni politiche del tempo, sia sul versante paesaggistico, con vedute della Liguria vibranti di luce. Nel 1894 fu coinvolto nel cosiddetto “processo Pallone”, un caso giudiziario legato alle sue simpatie anarchiche. Arrestato e accusato di partecipare a riunioni sovversive, venne difeso da Signorini; durante la prigionia eseguì disegni intensi che ritraevano la vita carceraria. Superate le difficoltà, riprese l’attività espositiva, partecipando all’Esposizione di Torino del 1898 e dal 1899 con continuità alla Biennale di Venezia. Nel 1902 si trasferì a Torre del Lago, dove entrò in contatto con Puccini, Chini, D’Annunzio, Grazia Deledda ed Eleonora Duse.

Il clima vivace e sperimentale contribuì a un’evoluzione verso linguaggi simbolisti e visionari, culminata nella sala “L’arte del sogno” alla Biennale del 1907, in cui espose opere di forte tensione narrativa e allegorica come La nave corsara, Gl’insorti e Alba di Gloria. Allo stesso periodo risale anche la sua iniziazione alla massoneria, esperienza che influse su alcuni temi iconografici. Dal 1919 si stabilì a Firenze, entrando in una nuova fase della sua carriera. Negli anni Venti aderì al fascismo e ciò si rifletté in alcuni lavori celebrativi, tra cui Incipit nova aetas, dedicato all’arrivo delle camicie nere a Firenze. Dal 1939 fino alla morte fu presidente del Gruppo Labronico, consolidando il suo ruolo di riferimento per la pittura toscana. Nonostante l’importanza della sua ricerca cromatica e luminosa, negli anni successivi alla guerra la critica mostrò una certa diffidenza nei suoi confronti, in parte per le sue scelte politiche. Solo nel 1966, grazie alla grande mostra curata da Carlo Ludovico Ragghianti a Palazzo Strozzi, la sua figura venne pienamente rivalutata. Oggi le sue opere sono conservate nei principali musei italiani, nelle collezioni bancarie e in molte istituzioni pubbliche, testimoniando un percorso ricco, complesso e sempre coerente nella volontà di esplorare la luce e le sue infinite possibilità espressive.
