Dopo quasi sette anni di chiusura e un anno di lavori strutturali, riemerge agli Uffizi uno degli spazi più simbolici della storia del museo: lo Scalone Lorenese, lo storico ingresso al percorso espositivo della Galleria. Un luogo carico di significato, oggi restituito ai visitatori con un riallestimento che rievoca il momento in cui il granduca Pietro Leopoldo di Lorena aprì per la prima volta il museo al pubblico generale il 24 giugno 1769, nel giorno dedicato al patrono della città, San Giovanni.
Quella decisione segnò un passaggio fondamentale nella storia delle istituzioni culturali europee. Con l’apertura delle collezioni medicee ai “forestieri”, come venivano chiamati allora i visitatori, la Galleria si affermò infatti tra i primissimi musei moderni del mondo, concepiti non più soltanto come raccolte private di corte ma come luoghi di conoscenza accessibili alla collettività.
Il riallestimento dello Scalone Lorenese restituisce proprio quell’atmosfera settecentesca. All’ingresso campeggia l’iscrizione latina che accoglieva i visitatori celebrando l’impegno del nuovo granduca nel riordinare e ampliare il Museo Mediceo, rendendolo ancora più splendido “per il lustro della sua città e per lo sviluppo delle Belle Arti”. Il testo fu redatto dall’abate Luigi Lanzi, erudito e direttore del museo, figura centrale nella sistemazione delle collezioni e nella definizione di una moderna idea di esposizione.

Sopra la dedica trova posto il busto all’antica del granduca Pietro Leopoldo, realizzato dallo scultore settecentesco Francesco Carradori. Accanto alla figura del sovrano che aprì le porte del museo al pubblico, tornano visibili anche i busti dei suoi predecessori alla guida del Granducato: i membri della dinastia Medici, fondatori e principali artefici della straordinaria collezione che ancora oggi costituisce il cuore degli Uffizi. Da Cosimo I fino all’ultimo rappresentante della casata, Giangastone, ciascuno è accompagnato da iscrizioni latine composte sempre da Lanzi, pensate come memoria delle loro imprese politiche e collezionistiche.
I busti, con le elaborate parrucche tipiche del gusto settecentesco, sono collocati su massicci sgabelloni lignei e formano una vera e propria parata marmorea lungo lo scalone. A dominare la composizione dall’alto della parete è il grande stemma policromo ligneo realizzato da Baccio d’Agnolo, che completa la scenografia monumentale dell’ingresso.
Lo Scalone Lorenese era scomparso alla vista dei visitatori nel 2018, quando fu necessario avviare un complesso intervento di consolidamento della struttura lignea che sostiene le volte. L’operazione, conclusa nelle scorse settimane, ha richiesto un delicato lavoro di rinforzo architettonico che ha interessato la parte portante dello scalone progettato nel Settecento dall’architetto di corte Zanobi Del Rosso.

Già tra il 2005 e il 2007 lo spazio era stato oggetto di un importante restauro degli intonaci, degli stucchi e degli apparati decorativi. In quell’occasione fu recuperata anche la particolare tonalità delle pareti, il cosiddetto “verde Lorena”, ricostruito attraverso saggi stratigrafici che permisero di individuare il colore originale scelto dai granduchi lorenesi. Le fonti storiche lo descrivono come un “verdognolo con terra verde e verderame”, una cromia raffinata che richiama il gusto rococò diffuso nell’area dell’impero austro-ungarico.
Lo stesso colore fu utilizzato anche in altri interventi architettonici promossi dalla dinastia in città e nelle residenze granducali, contribuendo a definire una precisa identità estetica del periodo.
Con la riapertura dello Scalone Lorenese si chiude un altro capitolo del lungo cantiere di trasformazione degli Uffizi. Negli ultimi mesi sono infatti tornati accessibili anche altri spazi simbolici del complesso museale, segnando un passo ulteriore nel percorso di rinnovamento e valorizzazione del museo.
Il monumentale scalone torna così a svolgere la sua funzione originaria: accogliere i visitatori e accompagnarli verso le sale della Galleria degli Uffizi, proprio come accadeva nel Settecento, quando per la prima volta le collezioni granducali si aprirono al pubblico e nacque l’idea stessa di museo moderno.
