Una delle figure più carismatiche all’interno della body art, a partire dagli anni settanta è la serba Marina Abramović (1946); all’inizio della carriera realizzò le opere, una serie di performance che segnarono l’esordio della corrente, con il compagno, l’artista tedesco Ulay (1943-2020). Una delle più famose e significative è Rest Energy, realizzata in diverse località nel 1980, la coppia frappose trai due corpi un arco armato di freccia e posto in tensione. Da un lato Marina Abramović impugnava l’arco per mantenerlo teso, dal lato opposto Ulay reggeva la freccia affilata e puntava sul cuore della compagna, attento ad non perdere la presa per evitare che venisse scoccata verso il petto della donna. Una coppia di microfoni posizionati a livello del cuore di entrambi gli artisti registrava i battiti, accelerazioni e paure. I due amanti dipendevano l’uno dall’altra: un qualsiasi movimento di posizione da parte di uno dei due avrebbe potuto mettere a rischio la vita di Marina. Attraverso quest’azione gli artisti sviluppavano una riflessione sulla dipendenza che si genera all’interno di qualsiasi rapporto, sulle conflittualità e sulla paura dell’abbandono.

Marina Abramović raggiunse uno dei vertici della sua notorietà nel 1997, quando alla XLVII Biennale di Venezia presentò la performance Balkan Baraque (Barocco balcanico) che proponeva una riflessione sul tema della tragedia delle guerre nella ex Iugoslavia. Per cinque ore al giorno, per tre giorni consecutivi, l’artista restò seduta su una catasta di ossa di animali appena macellati, raschiandole con una spazzola metallica per liberarli dai brandelli di carne e pulendole dal sangue.
Significativa è una frase scritta dalla stessa artista tratta dalla sua autobiografia intitolata Attraversare i muri (2018):
In quel locale senza aria condizionata, nell’umida estate veneziana, le ossa sanguinolente marcirono e si riempirono di vermi, ma io continuavo a strofinarle: il lezzo era tremendo, come quello di cadaveri sul campo di battaglia. I visitatori entravano in fila e osservavano, disgustati dalla puzza ma ipnotizzati dallo spettacolo.
Avvolta in un abito bianco che subito si macchiava di rosso, simbolo di una purezza contaminata e perduta per sempre, accompagnava il gesto rituale cantando a bassa voce filastrocche e canzoni balcaniche, producendone un lamento simile ad una litania funebre. Attraverso lo sforzo fisico e psicologico, dovuto al protrarsi per ore dell’azioni con condizioni estreme (odore della carne e del sangue in putrefazione) il corpo dell’artista veniva ad essere luogo fisico di una denuncia politica e sociale, lo strumento dell’espiazione per la tragedia di un intero popolo, cui alluda anche una serie di immagini che scorrevano su grandi schermi. Due vasche di rame colme di acqua pulita, poste non lontano dal cumulo di ossa erano invece simbolo della purificazione. La performance dell’artista era portatrice di una consapevolezza: la guerra non si può raccontare, è una realtà e una condizione che coinvolge gli uomini, i lori sensi e il loro futuro.
Considerando il messaggio di denuncia di guerra non è un caso che Balkan Baraque contenga rimandi formali ad un dei quadri più famosi che narra di sopraffazione e violenza bellica, 3 maggio 1808: fucilazione alla montaña del Principe Pio (1814) di Francisco Goya (1746-1828). I protagonisti delle due opere sono collocati in cima di una struttura piramidale, entrambi con una veste bianca. Colpiti da una luce che proviene da destra e che illumina, insieme a loro, i resti insanguinati degli animali, nella performance della Abramović, e i cadaveri degli spagnoli già fucilati ai piedi dell’uomo con le braccia aperte nel capolavoro di Goya.

Una delle opere più celebri e recenti è sicuramente The artist is present realizzata da Marina Abramović nel 2010 al MoMA di New York.
La stessa artista scrive nella sua biografia:
Ai piani superiori ci sarebbero state continue riproposizioni delle mie performance ma nell’atrio ci sarebbe stata una grande performance completamente nuova, dallo stesso titolo della mostra, dove io sarei stata presente per tre mesi. Mi sembrava una bella occasione per mostrare al grande pubblico il potenziale della performance: il potere trasformativo che manca alle altre arti.
Marina Abramović
Marina è stata seduta nell’atrio del museo con un tavolo e una sedia vuota collocati davanti a lei, dall’orario di apertura a quello di chiusura, per un totale di 736 ore e 30 minuti, in silenzio, quasi immobile. I visitatori potevano a turno sedersi davanti a lei e osservarsi entrambi in silenzio, parteciparono alla performance 1675 persone, tra cui Ulay in un indimenticabile gioco di sguardi e emozioni. L’artista ha indossato nel corso dei tre mesi della performance abiti di colore diverso, a simboleggiare le fasi della preparazione della faticosa performance. L’opera vuole simboleggiare e dimostrare la vulnerabilità dell’artista e l’apertura nei confronti del pubblico.
