Nel 1972, quando Dino Zoli Textile inizia la sua attività, il tessile italiano è ancora sinonimo di eccellenza artigianale e produttiva. Cinquant’anni dopo, quella stessa azienda ha trasformato i propri materiali e processi in strumenti di sperimentazione artistica, attivando residenze, collaborazioni e mostre che hanno ridefinito — almeno per chi le ha vissute — il significato di fare impresa nel contemporaneo.
Tessere d’Arte. Intrecci tra materia e creazione non è una mostra celebrativa. È una restituzione: di un metodo di lavoro, di un modo di intendere il rapporto tra cultura e produzione, di ciò che accade quando si invita un artista a entrare in una fabbrica non come ospite, ma come interlocutore.
Il tessile come dispositivo narrativo
La Fiber Art — ambito in cui il tessile si afferma come linguaggio espressivo e non come semplice materiale — è ancora oggi un territorio spesso sottovalutato nel dibattito sull’arte contemporanea. Eppure è uno dei più fertili: perché il tessuto porta con sé una memoria profonda di gesto, cura, lavoro femminile, trasmissione culturale. Prenderlo e trasformarlo in installazione, scultura, ambiente sensoriale significa portare tutto quel peso nel presente — e chiedergli cosa ha ancora da dire.
Dino Zoli Textile lo ha capito prima di molti. Dal 2017 a oggi, materiali, tecnologie e competenze produttive dell’azienda sono diventati strumenti condivisi con artisti e creativi, in un dialogo che non ha mai avuto la forma della sponsorizzazione o del mecenatismo passivo. Ha avuto la forma dell’incontro: tra saperi diversi, tra tempi diversi, tra logiche apparentemente inconciliabili.
Le residenze: quando l’artista entra in fabbrica
Il cuore della mostra sono le residenze artistiche — il formato più radicale di questo approccio, quello che richiede più tempo, più fiducia, più disponibilità all’imprevisto. Gli artisti invitati non hanno lavorato con i materiali dell’azienda da lontano: li hanno attraversati, con le mani e con gli occhi, a stretto contatto con i processi produttivi e con le persone che li abitano ogni giorno.
La residenza di Elena Bellantoni nel 2022 è emblematica. L’artista non si è limitata a produrre un’opera: ha coinvolto i dipendenti in workshop partecipativi, trasformando il luogo di lavoro in spazio di narrazione condivisa. Ne sono nati costumi in lino e velluto prodotti da Dino Zoli Textile, poi confluiti nell’opera video Se ci fosse luce sarebbe bellissimo — un titolo che dice molto sulla qualità emotiva di un processo che avrebbe potuto restare freddo e tecnico, e invece ha scelto la vulnerabilità.
Le mostre collettive: dal materiale di scarto all’ambiente sensoriale
Accanto alle residenze, la mostra restituisce una sequenza di progetti collettivi che negli anni hanno esplorato direzioni diverse della stessa ricerca.
Utopiche seduzioni. Dai nuovi materiali alla Recycled Art (2023-24) ha portato in dialogo Piero Manzoni e le nuove generazioni, con un’installazione immersiva di Francesca Pasquali — Plot — che ha mostrato come i materiali di scarto tessile possano diventare materia di indagine installativa densa e rigorosa.

Trame esplorative (2024-25) ha invece spostato l’attenzione verso la dimensione sensoriale ed esperienziale del tessuto: ambienti costruiti con il tessile, percorsi che si attraversano con il corpo prima che con gli occhi.
E poi c’è È QUI — forse il progetto più toccante dell’intera costellazione. Realizzata con gli studenti del Corso di Decorazione per l’architettura dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, la mostra ha preso le mosse dalle parole, dai suoni e dalle immagini raccolti tra i ragazzi delle cooperative sociali La Fraternità e Arca di Noè. Gli studenti hanno progettato pattern tessili poi stampati da Dino Zoli Textile su una serie di sedute costruite con strutture di recupero. La frase È QUI, stampata su una di esse, è diventata il simbolo di un’intera operazione: un racconto condiviso di identità e memoria, in cui il tessile non decora ma testimonia.
Un modello di impresa culturale
Ciò che Tessere d’Arte mette in mostra non è solo un percorso artistico. È un modello: di come un’impresa privata possa costruire nel tempo un rapporto autentico con la cultura contemporanea, senza ridurlo a visibilità o reputazione. Un modello in cui la produzione diventa ricerca, il materiale diventa linguaggio, e il confine tra chi fa e chi pensa si assottiglia fino a quasi scomparire. In un momento in cui il rapporto tra arte e impresa è spesso ridotto a logiche di sponsorship o di branded content, il lavoro della Fondazione Dino Zoli indica una direzione diversa: più lenta, più rischiosa, più onesta. E per questo più interessante.
La mostra è a cura di Nadia Stefanel ed è visitabile presso la Fondazione Dino Zoli di Forlì dal 29 aprile al 31 luglio 2026.
Tessere d’Arte. Intrecci tra materia e creazione | Fondazione Dino Zoli, Forlì | 29 aprile – 31 luglio 2026 | a cura di Nadia Stefanel
