In occasione della sua esposizione al Museo Sant’Orsola di Firenze, abbiamo intervistato Federico Gori. Ecco il ritratto dell’artista che vuole afferrare il vento. Lo abbiamo incontrato per approfondire il senso del suo lavoro e le riflessioni che animano le sue opere.
- La sua arte sembra mettere la natura al centro della riflessione. Come nasce il suo interesse per i cicli naturali e per le piante estinte?
La natura, intesa come tutto ciò che non è stato creato o modificato dall’uomo, fa da sempre parte del mio lavoro. Mi interessa la sua essenza atemporale, il suo ‘cambiare’ restando sempre uguale a se stessa. I cicli e le stagioni si ripetono sempre uguali, totalmente indifferenti a noi, alle nostre conquiste e ai nostri fallimenti, e questo aspetto mi ha sempre profondamente affascinato. Difficile rispondere sul perché senta la necessità di lavorare in questa direzione. Conosciamo il tempo meno di ogni altra cosa e credo che questo aspetto finisca sempre irrimediabilmente per attrarmi. La serie di opere in progress Estinti si muove certamente su questa linea. La vegetazione che vi si intravede è solo apparentemente vicina a noi. Sono tutte piante che non esistono più in vita sul nostro pianeta, ma nonostante questo, ci ritroviamo a condividere con loro lo stesso spazio e lo stesso tempo.
- Nelle sue installazioni, come Come afferrare il vento, il tempo sembra congelato o fluido allo stesso tempo. Come lavora con la percezione del tempo nelle sue opere?
Ogni opera ha una propria genesi, e a seconda dei progetti l’approccio è sempre diverso. Se penso a Come afferrare il vento, mi interessava molto realizzare un lavoro che si presentasse come una contraddizione già a partire dal titolo. Un’azione impossibile resa ‘tangibile’. Gli elementi che lo compongono sono posizionati in modo da simulare un soffio di vento in cui le foglie si presentano come bloccate, cristallizzate nel tempo. Un attimo dilatato all’infinito. Ma se la composizione è pressoché statica, le foglie in rame continuano in realtà a mutare di fronte ai nostri occhi. L’ossidazione trasforma ogni singolo elemento in un microcosmo che risponde a leggi proprie. Si crea così uno strano cortocircuito in cui un opera apparentemente statica, si trasforma in realtà in un lavoro profondamente dinamico, vivo e in continuo cambiamento.

- L’uso di materiali come rame, terra cruda e ossidazioni naturali è molto caratteristico del suo lavoro. Quanto la scelta dei materiali influisce sul messaggio dell’opera?
Molto, in effetti. Penso al rame ad esempio, simbolo di trasmissione ed elemento che già di per sé tende a mutare, a reagire agli accadimenti e a ciò che lo circonda. Oppure all’adobe, che ho utilizzato per la realizzazione dell’opera Krénē, presentata nella mostra The Rose That Grew From Concrete al Museo Sant’Orsola. Lavoro utilizzando tecniche che innescano una trasformazione interna ed esterna al materiale. Mutazioni che, prevedibili o meno, donano all’opera una vita propria, raramente chiusa in una forma e in un tempo definiti.
- Molte sue installazioni sono site-specific. In che modo lo spazio fisico e l’ambiente circostante influenzano il suo processo creativo?
Il rapporto con l’ambiente, inteso sia come spazio naturale che come spazio architettonico, ha sempre avuto un ruolo centrale nel mio lavoro. Faccio fatica a realizzare qualcosa che non abbia un preciso contesto spaziale di riferimento. Ne ho bisogno. Il luogo crea una base su cui intervenire, mi aiuta prima a stabilire un contatto e poi a costruire un rapporto di continuità e dipendenza.
- La sua ricerca include spesso elementi scientifici o storici, come reperti archeologici di piante estinte. Come combina rigore scientifico e libertà poetica nella sua pratica artistica?
Con la stessa libertà con cui un musicista di musica elettronica campiona suoni esistenti trasformandoli in qualcos’altro. La scienza e la fisica sono materie che mi affascinano moltissimo, ed è vero che molto spesso mi offrono lo spunto di partenza per un lavoro, ma devo comunque sottolineare che le mie opere non hanno nulla a che vedere con la realtà di un dato scientifico. Citando Werner Herzog, sono molto più interessato al raggiungimento di una verità estatica che non a condividere con gli altri dei meri dati tecnici.
- Guardando al futuro, ci sono nuovi materiali, tecniche o temi che vorrebbe esplorare nelle sue prossime opere?
Io stesso non so mai cosa aspettarmi. Cerco, per quanto possibile, di non pormi limiti tecnici o tematici, e lascio che un’idea abbia tutto il tempo di cui necessita per formarsi pienamente. Se riesco ad essere paziente, le opere si formano da sole, anche dopo lunghi periodi di apparente attesa, durante i quali non posso fare altro che accompagnarle pazientemente nel loro divenire. Da un punto di vista creativo, credo sia importante, per quanto possibile, porsi sempre come una tabula rasa e ripartire ogni volta da zero. Essere aperti all’imprevedibile e accettare di lavorare anche al di fuori della propria zona di comfort. L’ultimo progetto che ho presentato e che ho realizzato grazie alla vittoria al bando ministeriale PAC 2024 ha certamente queste caratteristiche. Consiste in una installazione formata da una grande scultura in cemento e rame e da una macchina sonora realizzata grazie alla collaborazione con un laboratorio di maestri organari. Si tratta di un progetto ispirato al lavoro dei carbonai, figure mitiche presenti un tempo sulle colline e sulle montagne pistoiesi. Questi lavoratori erano dediti alla produzione di carbone vegetale, un processo laborioso e antico che richiedeva grande abilità e conoscenza del bosco. Ho lavorato a questo progetto per più di un anno, durante il quale stavo progettando anche le opere per la mostra a Sant’Orsola. E adesso che tutto è stato presentato e il cerchio si è chiuso, posso nuovamente ripartire verso nuove direzioni.


2016, incisioni e ossidazioni naturali su rame, dimensioni ambientali 33,3 x 33,3 cm cad. Installazione permanente. Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia

2022, mute di serpente, oro, argento, bronzo, ferro, rame, teca in metallo, vetro e legno, 90 x 90 x 275 c m. Museo Archeologico Nazionale di Taranto, MArTA

2022, mute di serpente, oro, argento, bronzo, ferro, rame, teca in metallo, vetro e legno, 90 x 90 x 275 c m. Museo Archeologico Nazionale di Taranto, MArTA



2025, canne di fattura Tronci databili alla seconda metà del secolo XIX (registro Viola),
legno di castagno, ferro, alluminio, rame, stagno, piombo, pelle ovina, 259,5 cm × 65 cm × 88,7 cm. Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia

2025, canne di fattura Tronci databili alla seconda metà del secolo XIX (registro Viola),
legno di castagno, ferro, alluminio, rame, stagno, piombo, pelle ovina, 259,5 cm × 65 cm × 88,7 cm. Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia

2025, canne di fattura Tronci databili alla seconda metà del secolo XIX (registro Viola),
legno di castagno, ferro, alluminio, rame, stagno, piombo, pelle ovina, 259,5 cm × 65 cm × 88,7 cm. Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia

2025, canne di fattura Tronci databili alla seconda metà del secolo XIX (registro Viola),
legno di castagno, ferro, alluminio, rame, stagno, piombo, pelle ovina, 259,5 cm × 65 cm × 88,7 cm. Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia

2025, adobe (1400 mattoni composti di argilla, paglia, terra), legno, terra, piante varie, dimensioni ambientali circa cm 650 x 650 x 90. Museo Sant’Orsola, Firenze

