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    Home»Mostre ed Esposizioni»Pisa ritorna al centro con i fratelli Gioli e la cultura macchiaiola toscana
    Luigi Gioli, Via del Passeggio a Livorno (Hotel Palazzo), 1885, olio su tela, collezione privata
    Luigi Gioli, Via del Passeggio a Livorno (Hotel Palazzo), 1885, olio su tela, collezione privata
    Mostre ed Esposizioni

    Pisa ritorna al centro con i fratelli Gioli e la cultura macchiaiola toscana

    RedazioneBy RedazioneMaggio 21, 2026Updated:Maggio 21, 2026Nessun commento10 Mins Read
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    La mostra I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ‘800 e ‘900, aperta a Palazzo Blu fino al 6 settembre 2026 e curata da Stefano Renzoni con una selezione di disegni curata da Bianca Cerrina Feroni, è il primo tentativo organico di restituire a questa stagione il posto che merita. Con 105 dipinti, un nucleo significativo di disegni inediti e un percorso articolato in sei sezioni, la mostra non racconta solo due pittori: racconta un territorio, un’epoca, una comunità di artisti che lavorava spalla a spalla tra i boschi di San Rossore, le rive dell’Arno e le spiagge di Marina di Pisa.

    Francesco e Luigi Gioli: chi erano

    Prima di tutto, i protagonisti. Francesco Gioli (San Frediano a Settimo, 1846 – Firenze, 1922) e Luigi Gioli (San Frediano a Settimo, 1854 – Pisa, 1947) sono due fratelli nati nella campagna pisana, cresciuti artisticamente nell’orbita della cultura macchiaiola toscana e capaci di sviluppare, nel corso di carriere lunghe e ricche, un linguaggio pittorico profondamente personale che non si esaurisce nell’etichetta di “seguaci dei Macchiaioli”.

    Francesco è il maggiore, il più celebre in vita, il più riconosciuto dalla critica contemporanea. Si forma a Firenze, entra in contatto con Giovanni Fattori — uno dei padri fondatori della Macchia — e costruisce una pittura di straordinaria sensibilità naturalistica. Le sue opere più note, come la Pesca alla Sciabica e le Boscaiole di San Rossore, sono tra i vertici della pittura di paesaggio italiana di fine Ottocento: scene di vita quotidiana immersa nella luce liquida e dorata della campagna e della costa pisana, con una capacità di resa atmosferica che ricorda i migliori esiti del naturalismo francese contemporaneo. Non è un caso che Francesco sia stato apprezzato anche oltre confine, in un’epoca in cui la pittura italiana faticava a farsi strada sui mercati internazionali.

    Francesco Gioli, Pesca a sciabica, 1887, olio su tela, collezione privata
    Francesco Gioli, Pesca a sciabica, 1887, olio su tela, collezione privata

    Luigi è il minore, il meno noto, il più appartato — e forse il più interessante per la modernità critica. Rimase a Pisa quasi tutta la vita, costruendo un corpus di opere caratterizzato da una libertà di pennellata e da un’attenzione alla vita urbana e agli ambienti domestici che anticipa certi sviluppi del primo Novecento. I suoi studi di animali, le sue vedute urbane di Pisa — i lungarni, i mercati, i vicoli — hanno una freschezza esecutiva che li distingue nettamente dalla produzione contemporanea. Luigi fu anche un ritrattista sottile, capace di cogliere la psicologia dei suoi soggetti con una penetrazione che raramente si trova nella pittura di provincia dell’epoca.

    Giovanni Fattori: il cuore dei Macchiaioli e l’arte realista toscana

    Insieme, i due fratelli rappresentano la cerniera tra due epoche: quella della grande stagione macchiaiola e quella del primo Novecento, con le sue sperimentazioni divisioniste e simboliste. Quella cerniera, la mostra di Palazzo Blu la rende visibile per la prima volta con la chiarezza che merita.

    Il percorso espositivo: sei sezioni, un racconto corale

    La struttura della mostra è quella di un racconto a più voci, in cui i fratelli Gioli sono il filo conduttore ma non gli unici protagonisti. Il percorso si articola in sei sezioni che ricostruiscono il contesto artistico pisano e toscano tra Ottocento e Novecento con una completezza inedita.

    La prima sezione, La Scuola di Staggia, ricostruisce il contesto formativo in cui maturarono i Gioli. La bottega di Carlo Markò — paesaggista di origini ungheresi che si stabilì in Toscana e divenne uno dei punti di riferimento della pittura di paesaggio regionale nella prima metà dell’Ottocento — fu il luogo in cui si formò una generazione di pittori toscani che avrebbero poi abbracciato la lezione della Macchia. Capire questa radice accademica e pre-macchiaiola è fondamentale per leggere il percorso successivo dei Gioli: la rottura con la tradizione del chiaroscuro accademico non fu un gesto improvviso ma un’evoluzione lunga e consapevole.

    La seconda sezione, La Macchia, presenta alcuni dei protagonisti che influenzarono direttamente la formazione dei due fratelli: Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca. Non si tratta di un omaggio generico alla stagione macchiaiola ma di un’operazione critica precisa: mettere in dialogo le opere dei maestri con quelle degli allievi per mostrare dove il debito è evidente e dove, invece, i Gioli trovano una strada propria. La macchia — quella tecnica di costruire l’immagine attraverso accostamenti di masse di colore senza disegno preparatorio, en plein air, davanti alla natura — è il punto di partenza, non di arrivo.

    Silvestro Lega: L’eleganza del quotidiano nella pittura toscana

    La terza sezione, il cuore dell’esposizione, è dedicata interamente Ai fratelli Gioli. Qui si concentra la parte più corposa dei 105 dipinti in mostra, con opere che coprono l’intera carriera di entrambi i pittori e che permettono di seguire l’evoluzione del loro linguaggio nel tempo. Una sezione che è anche, inevitabilmente, una piccola antologia della Toscana rurale e costiera di fine Ottocento — i boschi di San Rossore, i pescatori dell’Arno, i campi di grano sotto il sole di luglio, i mercati di Pisa all’alba.

    La quarta sezione, Intorno alla Macchia, allarga lo sguardo agli artisti contemporanei dei Gioli che non possono essere definiti macchiaioli in senso stretto ma che con quella stagione dialogano in modo fecondo. Vittorio Corcos — livornese, formatosi a Parigi, ritrattista di fama internazionale — ed Ernesto Rayper rappresentano una via alternativa alla modernità: più vicina al naturalismo europeo, più attenta al dato psicologico e alla resa della figura umana. Il confronto con i Gioli illumina le diverse risposte che la generazione post-risorgimentale dette alle sollecitazioni della pittura contemporanea.

    I Macchiaioli: La Rivoluzione Artistica della Toscana Ottocentesca

    La quinta sezione, Post-Macchiaioli, si concentra sui pittori che nella generazione successiva si rifecero all’esperienza macchiaiola elaborandola in direzioni diverse. Qui entrano i fratelli Tommasi — Adolfo, Angiolo e Ludovico — una delle famiglie di artisti più interessanti e meno studiate della pittura toscana di fine Ottocento. La presenza dei Tommasi nella mostra è uno dei dati più significativi del percorso: consente di capire come la lezione macchiaiola si sia propagata e trasformata nel corso di due generazioni, dando origine a linguaggi sempre più personali e distanti dal modello originario.

    La sesta e ultima sezione, L’eredità pisana, è forse la più innovativa dell’intero percorso. Raccoglie gli artisti pisani tra Ottocento e Novecento che, partendo dall’esperienza della macchia, elaborarono un linguaggio nuovo, capace di raccogliere le suggestioni del Divisionismo, del Simbolismo e delle prime avanguardie europee. Amedeo Lori — figura fino ad oggi poco nota anche agli specialisti — emerge qui con la sua produzione divisionista come una delle voci più originali di questa stagione. Plinio Nomellini, presente in mostra con un dipinto esposto alla Biennale di Venezia, porta invece la dimensione internazionale: fu uno dei pittori italiani più attenti alle novità del post-impressionismo francese, e la sua presenza in questa sezione colloca la vicenda artistica pisana nel quadro più ampio della cultura europea del tempo.

    Francesco Gioli, In giardino, 1871, olio su tela, collezione privata
    Francesco Gioli, In giardino, 1871, olio su tela, collezione privata

    La Scuola di Bocca d’Arno: un mito da riscoprire

    Uno degli aspetti più affascinanti della mostra è l’attenzione dedicata alla cosiddetta “Scuola di Bocca d’Arno”, quella comunità informale di pittori che tra Ottocento e Novecento si riuniva nelle pinete e sulle spiagge di Marina di Pisa e del Gombo, attorno alla figura di Nino Costa.

    Costa — romano, viaggiatore, fine intellettuale — era una figura atipica nel panorama della pittura italiana dell’epoca. Aveva vissuto a Londra, frequentato i Preraffaelliti, assorbito la lezione del paesaggio inglese. Quando si stabilì nel Pisano, portò con sé una visione della natura radicalmente diversa da quella macchiaiola: più meditata, più simbolica, meno interessata alla resa immediata dell’impressione luminosa e più attenta alla costruzione di atmosfere cariche di significato emotivo e spirituale.

    Intorno a lui si raccolsero artisti di provenienza e formazione diverse — non solo locali — che trovarono in quella lingua di terra tra il mare e la pineta uno spazio di libertà creativa straordinario. La luce della costa pisana, filtrata dalla bruma del Tirreno e dalle ombre dei pini marittimi, divenne il soggetto privilegiato di una pittura di paesaggio tra le più originali prodotte in Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento. Una pittura che merita di essere ristudiata con attenzione — e che questa mostra contribuisce a rimettere in circolazione dopo decenni di oblio.

    I disegni inediti: la dimensione intima dei Gioli

    Una delle novità assolute della mostra è la sezione dedicata ai disegni dei fratelli Gioli, curata da Bianca Cerrina Feroni. Per la prima volta vengono presentati al pubblico nuclei di opere inedite provenienti dall’archivio di famiglia e da collezioni private — un patrimonio grafico che fino ad oggi era rimasto sconosciuto anche agli specialisti.

    I disegni raccontano una dimensione intima e sperimentale del processo creativo dei due pittori: ci sono i disegni preparatori per le opere più celebri di Francesco, come la Pesca alla Sciabica e le Boscaiole di San Rossore, che permettono di seguire passo per passo la trasformazione dell’idea in immagine, dalla prima intuizione alla composizione definitiva. Ci sono gli studi di animali di Luigi — cavalli, cani, buoi — in cui la rapidità del segno rivela una capacità di sintesi grafica sorprendente. Ci sono le vedute urbane, i ritratti a matita, gli appunti di viaggio.

    Francesco Gioli, Il nonno cieco, 1880, olio su tela, Museo di Palazzo Reale, Pisa
    Francesco Gioli, Il nonno cieco, 1880, olio su tela, Museo di Palazzo Reale, Pisa

    Questi fogli non sono semplici documenti preparatori: sono opere autonome, capaci di reggere il confronto con la produzione pittorica senza nulla perdere. Il disegno dei Gioli ha una qualità grafica alta, un’eleganza del segno che tradisce una formazione accurata e una sensibilità spiccata per il dato naturale. Vederli per la prima volta è una delle sorprese più belle che la mostra riserva.

    Perché questa mostra conta

    Le mostre monografiche su artisti regionali dell’Ottocento italiano sono spesso percepite come iniziative di interesse locale, destinate a un pubblico di specialisti e appassionati della zona. I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ‘800 e ‘900 è qualcosa di diverso — e più ambizioso.

    È, prima di tutto, un atto critico: la dimostrazione che la storia dell’arte italiana dell’Ottocento non si esaurisce nei grandi centri e nei grandi nomi, ma si ramifica in storie locali di straordinaria ricchezza che aspettano ancora di essere raccontate con la serietà e la cura che meritano. La Pisa artistica di fine Ottocento — con i suoi pittori, le sue scuole, i suoi paesaggi e i suoi mercati — è un capitolo della cultura figurativa italiana che non può più essere ignorato.

    È, poi, una mostra che parla al presente: il recupero di figure come Amedeo Lori, la riscoperta della Scuola di Bocca d’Arno, la prima presentazione pubblica dei disegni inediti dei Gioli sono operazioni che aprono nuovi filoni di ricerca e nuove domande, e che invitano studiosi e appassionati a tornare a guardare con occhi diversi un periodo e un territorio che credevamo di conoscere.

    È, infine, una mostra che vale il viaggio — nel senso più letterale. Pisa è a un’ora da Firenze, Palazzo Blu è sul Lungarno, e la mostra è aperta fino al 6 settembre. C’è tutto il tempo per andarci.


    I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ‘800 e ‘900 — Palazzo Blu, Pisa. Dal 16 maggio al 6 settembre 2026. A cura di Stefano Renzoni (disegni a cura di Bianca Cerrina Feroni). Catalogo edito da Felici Editore. Orari: lunedì-venerdì 10-19, sabato-domenica e festivi 10-20. Info: palazzoblu.it

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