John Everett Millais, tra i fondatori della Confraternita Preraffaellita, realizzò l’opera ispirandosi a uno dei momenti più tragici dell’Amleto di William Shakespeare: la morte di Ofelia. Figlia di Polonio e amata da Amleto, la giovane donna, abbandonata e sconvolta dopo l’uccisione del padre, si lascia andare a un destino infausto. Shakespeare descrive la scena con parole di straordinaria forza poetica: Ofelia, intenta a raccogliere fiori lungo le rive di un fiume, cade in acqua e, cantando frammenti di canzoni, viene lentamente inghiottita dalle correnti, fino a morire annegata.
John Everett Millais scelse di rappresentare l’attimo finale, quando la fanciulla, ormai priva di forze, galleggia supina sull’acqua, con lo sguardo perso, la bocca semiaperta e le braccia abbandonate in un gesto di abbandono. Il suo abito da sposa, riccamente decorato, si gonfia d’acqua, mentre i capelli sciolti si spargono come alghe intorno al volto pallido. Attorno a lei, una natura lussureggiante e descritta con minuzia botanica, un vero e proprio giardino di fiori e piante che non è solo ornamento, ma carico di significati simbolici: il salice e le ortiche richiamano il dolore e l’amore respinto, le margherite l’innocenza, le viole il destino di morte precoce, il papavero la morte stessa, i nontiscordardime la memoria eterna.
La realizzazione dell’opera fu complessa e dimostra la dedizione estrema dei preraffaelliti alla verità della natura. Per cinque mesi Millais si recò ogni giorno lungo il fiume Hogsmill, nel Surrey, per studiare e dipingere con fedeltà assoluta la vegetazione locale, osservando i fiori in diverse fasi di vita e declino. La figura di Ofelia fu invece dipinta successivamente nel suo studio londinese, dove posò la poetessa e pittrice Elizabeth Siddal, musa della confraternita e futura moglie di Dante Gabriel Rossetti. Per rendere realistico l’effetto del corpo immerso, la giovane dovette sdraiarsi per ore in una vasca colma d’acqua, riscaldata da lampade a olio che, spegnendosi durante le sedute, la fecero ammalare. L’episodio, che quasi rischiò conseguenze gravi, contribuì a circondare il dipinto di un’aura ancora più tragica.
John Everett Millais utilizzò per lei un prezioso abito antico ricamato in argento, acquistato da un rigattiere, che donò alla scena la sua bellezza sfarzosa e decadente. Il contrasto tra la ricchezza dell’abito e il corpo inerme immerso nell’acqua accresce il pathos e l’efficacia drammatica della composizione.
L’opera, conclusa nel 1852, venne venduta al mercante Henry Farrer e, dopo vari passaggi, entrò nella collezione di Sir Henry Tate, il grande mecenate vittoriano che nel 1894 la donò alla nazione. Da allora, l’Ofelia di Millais è uno dei capolavori più celebri e amati custoditi alla Tate Britain di Londra, ammirato ogni anno da migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo.
Il dipinto non è soltanto un tributo alla grandezza di Shakespeare, ma anche una sintesi perfetta dell’estetica preraffaellita: un’arte che voleva riportare la pittura alla purezza e alla sincerità dell’arte medievale e quattrocentesca, prima di Raffaello, unendo fedeltà al vero e intensità poetica. Con l’Ofelia, Millais riuscì a catturare un momento sospeso tra vita e morte, natura e tragedia, bellezza e dolore, creando un’immagine che ancora oggi resta icona universale dell’amore tragico e della sensibilità romantica ottocentesca.
