Nel cuore di Milano, tra le sale cariche di memoria della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, prende forma Cantarella, il progetto site-specific di Nuria Mora realizzato in occasione della Milano Art Week e di miart 2026. L’intervento, pensato per la Sala del Foro Romano, si presenta come un ambiente immersivo in cui pittura, spazio e percezione si intrecciano in un equilibrio sospeso, capace di attivare una relazione sottile con l’architettura storica che lo accoglie.
Lontana da ogni gesto invasivo, l’artista costruisce un linguaggio che si insinua nello spazio con rispetto, trasformandolo dall’interno. Le superfici pittoriche — grandi tele in cui acrilico, olio e sabbia convivono — dialogano con interventi murali e tessili, mentre tende vellutate ridefiniscono il ritmo visivo dell’ambiente, evocando una dimensione quasi rituale. La luce, studiata per accarezzare le materie senza dominarle, amplifica la percezione di uno spazio che sembra respirare lentamente.
Il titolo della mostra richiama la leggendaria sostanza associata alla famiglia Borgia, un veleno tanto silenzioso quanto letale, capace — secondo la tradizione — di agire senza lasciare traccia, accompagnando la vittima in una quiete ingannevole. In questa ambivalenza si annida il nucleo poetico del progetto: una riflessione sul confine instabile tra apparenza e verità, tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto.
Figura evocata, quasi presenza attiva, è Lucrezia Borgia, il cui mito attraversa i secoli sospeso tra fascinazione e diffidenza. Ridotta spesso a emblema di seduzione e pericolo, Lucrezia viene qui sottratta alla narrazione stereotipata per essere restituita a una dimensione più complessa e sfuggente. Le lettere conservate all’Ambrosiana, indirizzate a Pietro Bembo, diventano tracce di una voce intima, mentre la celebre reliquia dei suoi capelli sembra custodire un tempo che non si è mai del tutto dissolto.

Da queste suggestioni nasce una nuova favola contemporanea: si racconta che, nelle notti più silenziose, Lucrezia torni tra queste sale, avvolta da una luce dorata, per pettinare i propri capelli e rileggere parole d’amore e di pensiero. Non è una ricostruzione storica, ma un’immagine poetica che apre uno spazio di riflessione sul modo in cui la storia si costruisce, si trasmette e, talvolta, si distorce.
L’opera di Nuria Mora si muove precisamente in questo territorio ambiguo, dove il reale e l’immaginato si compenetrano. Le sue forme astratte, i segni fluidi e le cromie vibranti non descrivono, ma suggeriscono; non impongono un significato, ma invitano a sostare in una dimensione percettiva più lenta e profonda. Anche gli elementi tridimensionali — ceramiche smaltate e tappeti — contribuiscono a espandere la pittura oltre i suoi confini tradizionali, trasformando lo spazio in un organismo sensibile.
Cantarella diventa così una meditazione sul corpo e sulla sua rappresentazione, sulla bellezza come linguaggio fragile e spesso frainteso, ma soprattutto sulla possibilità di restituire al femminile una presenza che non sia più filtrata dallo sguardo dominante. Non seduzione, non inganno, ma rivelazione: una luce tenue che attraversa il tempo e riemerge, silenziosa, tra le pieghe della storia.
