Allestita negli spazi di Ca’ Pesaro e curata da Marta Boscolo Marchi, Sachiko Natsume e Giulia Passante, l’esposizione nasce dalla collaborazione tra la Direzione regionale Musei nazionali Veneto e la Galleria Sachiko Natsume. Il progetto si configura come un dialogo tra la pittura contemporanea di Stéphane Dubé e le collezioni del museo, mettendo in relazione sensibilità artistica e tradizione iconografica orientale.
Il titolo MUSHI, termine giapponese che indica gli insetti, introduce un universo visivo sospeso tra osservazione naturalistica e astrazione. Le opere di Dubé non si limitano a rappresentare il mondo naturale, ma ne colgono l’essenza formale e simbolica, trasformando le creature più minute in strutture ritmiche e segni visivi di forte impatto.
La prima sezione, dedicata alle libellule, stabilisce un dialogo diretto con gli oggetti della collezione museale, nei quali questo insetto compare frequentemente come motivo decorativo. Nella cultura giapponese la libellula è simbolo di forza, determinazione e leggerezza. Dubé ne restituisce l’immagine attraverso grandi composizioni in cui la ripetizione modulare genera pattern visivi che evocano il movimento del volo, traducendo la natura in ritmo pittorico.

Segue la serie dedicata alle falene, sviluppata tra il 2019 e il 2022, in cui l’artista indaga la possibilità di ridurre la complessità morfologica a una sintesi geometrica. Le figure, spesso inscrivibili nella forma del triangolo, appaiono sospese, quasi immobili, come presenze silenziose che abitano lo spazio della carta. A queste si affiancano le cosiddette “teste-occhi”, in cui la materia pittorica, densa e irregolare, suggerisce una visione molteplice e frammentata. La falena, insetto notturno, diventa qui simbolo di orientamento nell’oscurità e capacità di vedere oltre l’apparenza.
Chiude il percorso la serie dei serpenti morti, che introduce una dimensione simbolica ancora più complessa. Nella lingua giapponese, il termine che indica il serpente condivide il radicale con quello degli insetti, suggerendo una continuità tra le forme del vivente. Il serpente, tradizionalmente associato a rinascita, trasformazione e protezione, è rappresentato da Dubé in diverse fasi stilistiche: da forme dinamiche e corporee a configurazioni sempre più essenziali, fino a immagini rarefatte che sembrano alludere a una metamorfosi oltre la vita stessa.
L’opera di Stéphane Dubé si distingue per una costante tensione tra osservazione e astrazione, tra dato naturale e costruzione simbolica. Nato nel 1959, l’artista ha sviluppato il proprio linguaggio tra Europa e Giappone, studiando a Varsavia e a Kyoto. Dal 2024 vive a Toyama, immerso in un paesaggio di montagne e risaie che continua a nutrire la sua ricerca visiva.

La mostra è accompagnata da eventi collaterali, tra cui un incontro dedicato al sakè, che amplia ulteriormente il dialogo tra arte e cultura giapponese. In questo contesto, MUSHI si configura non solo come esposizione, ma come esperienza estetica e culturale, capace di invitare il pubblico a una riflessione sul rapporto tra uomo, natura e rappresentazione.
