L’esposizione, promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli con il contributo della Fondazione Banca del Monte di Lucca, non è una retrospettiva nel senso tradizionale del termine. È piuttosto una mostra dossier: un percorso concentrato, selettivo, pensato per introdurre il visitatore alla complessità di un artista attraverso opere emblematiche, capaci di restituire il senso profondo di una ricerca durata quasi sessant’anni. Ventidue dipinti, realizzati dal 1939 al 1988, costruiscono un filo narrativo che attraversa stagioni diverse della vita e della pittura di Migneco, dal fervore giovanile del movimento «Corrente» fino agli ultimi lavori, carichi di una visione arcaica e magnetica del mondo.
Il titolo scelto da Elena Pontiggia, Realtà e visione, sintetizza con precisione il doppio registro che percorre l’intera opera di Migneco. Da un lato, l’attenzione ostinata verso il mondo reale: la fatica del lavoro, la dignità silenziosa delle persone comuni, la durezza della vita nei campi e sul mare. Dall’altro, la capacità di trasfigurare quella realtà attraverso il colore, il segno, la tensione espressiva della composizione. Una pittura che non si limita a descrivere il visibile, ma ne penetra l’anima più oscura e più vera.
«L’âpre verité»: Migneco e il movimento Corrente
Per capire Migneco è necessario tornare agli anni Trenta, quando il giovane artista messinese — trasferitosi a Milano per studiare medicina e mantenutosi realizzando illustrazioni per il Corriere dei piccoli — entra in contatto con il fermento culturale che si agita attorno alla rivista «Corrente». È il 1934 quando l’amicizia con il poeta e scrittore Beniamino Joppolo lo introduce alla cerchia di artisti che gravitano intorno a quel movimento: Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Giorgio Mattioli, Bruno Cassinari. Sono loro a convincerlo ad abbandonare gli studi di medicina per dedicarsi pienamente alla pittura.
«Corrente» è, in quegli anni di regime, molto più di una rivista d’arte: è un atto di resistenza culturale, un luogo dove una generazione di artisti e intellettuali sceglie di non piegarsi all’estetica ufficiale del fascismo e cerca, invece, un linguaggio capace di dire la verità sull’uomo e sul suo tempo. Migneco è, come scrive Elena Pontiggia, «uno dei primi artisti che gravitano intorno alla rivista “Corrente”, ed è uno dei più radicali nel creare una pittura dagli accenti esistenziali che non cerca la bellezza, ma quella che Danton chiamava “l’âpre verité”». L’aspra verità, appunto: quella che non si lascia addomesticare, che rifiuta ogni abbellimento e ogni grazia decorativa, che stravolgendo figure e cose ne mostra tutta la miseria — «che è poi», aggiunge la curatrice, «la miseria della condizione umana».

I riferimenti culturali di Migneco sono quelli di una generazione che guarda all’Europa con occhi aperti e inquieti: il realismo di Gustave Courbet, le esperienze del postimpressionismo, e soprattutto l’espressionismo europeo nelle sue voci più potenti — Van Gogh, Constant Permeke, Oskar Kokoschka. Da queste fonti, Migneco distilla un linguaggio personalissimo, in cui il colore è usato con una violenza espressiva che non ha nulla di decorativo, e la figurazione si avvicina a una sorta di primitivismo carico di energia simbolica.
Il mondo popolare siciliano come serbatoio di icone
I soggetti ricorrenti di Migneco appartengono quasi sempre al mondo popolare siciliano: contadini, pescatori, pastori, figure che emergono da una realtà arcaica e collettiva per assumere il valore di vere e proprie icone simboliche. Non sono ritratti individuali, non sono cronache di vita quotidiana: sono condensazioni di un’umanità essenziale, ridotta ai suoi elementi fondamentali, spogliata di ogni fronzolo e di ogni compiacenza narrativa.
Questo legame profondo con le radici siciliane non è nostalgia né folklore: è una scelta estetica e, al tempo stesso, politica. Migneco è un uomo di convinzioni forti, segnato da una militanza politica che orienta in modo decisivo le sue scelte espressive. La sua pittura è impegno civile tradotto in forma, denuncia trasformata in colore, solidarietà con gli ultimi fatta materia pittorica. Una tensione che lo accomuna, pur nella diversità degli esiti, ai suoi compagni di strada di quegli anni.

Il percorso espositivo: autoritratti e natura
Il percorso della mostra si struttura attorno a due grandi poli tematici. Il primo è la riflessione sull’uomo, svolta, come sottolinea il comunicato della Fondazione Villa Bertelli, «con la maggior crudezza possibile». In questo contesto, particolare rilievo assumono gli autoritratti: tre opere che spaziano dal 1941 al 1985 — Autoritratto (1941), Autoritratto con Luca (1962-63), Autoritratto (1980-85) — e che costruiscono, nel loro insieme, una sorta di autobiografia visiva dell’artista attraverso le diverse stagioni della vita. Non c’è compiacimento in questi autoritratti: c’è indagine, c’è la stessa cruda volontà di verità che Migneco applica a tutti i suoi soggetti, incluso se stesso.
Al polo dell’uomo fa da contrappunto un’idea maestosa e vitale della natura, vista come fonte inesauribile di energia e di vita, nonostante — o forse proprio attraverso — la violenza cui spesso è sottoposta. È una natura che non consola, ma che afferma con prepotenza la propria presenza, la propria forza primordiale, la propria capacità di rigenerarsi anche attraverso la distruzione.
Forte dei Marmi: un legame lungo decenni
La scelta di Villa Bertelli come sede di questa mostra non è casuale. Forte dei Marmi e Giuseppe Migneco hanno condiviso una lunga frequentazione, iniziata nel 1957, quando l’artista cominciò a trascorrere i mesi estivi nella casa-studio di Vittoria Apuana. Qui, a due passi dal mare versiliese, Migneco ritrovava ogni anno gli amici di una vita: Raffaele De Grada, Ernesto Treccani, Bruno Cassinari. Un cenacolo informale di artisti e intellettuali che aveva nel territorio della Versilia un punto di incontro e di scambio prezioso.
Testimonianza concreta di questo legame è il pannello in ceramica I pescatori, donato dalla famiglia Migneco nel 1997 al Comune di Forte dei Marmi in occasione dell’intitolazione all’artista di una piazza a Vittoria Apuana. L’opera, restaurata con cura grazie a un finanziamento dell’Amministrazione comunale, torna ora in mostra a Villa Bertelli, dove rimarrà in esposizione permanente: un ritorno a casa, in qualche modo, per un’opera che racconta uno dei temi più cari all’artista messinese.
Questo filo che unisce Migneco al territorio versiliese si inserisce, del resto, in una storia più ampia. Forte dei Marmi è stata per decenni un crocevia culturale di primo piano, frequentato da protagonisti assoluti dell’arte italiana del Novecento: da Giorgio de Chirico a Renato Guttuso, da Giorgio Morandi a Gino Severini, fino a Wassily Kandinsky. Una tradizione che il Museo d’arte moderna Quarto Platano, inaugurato nel giugno 2024 al secondo piano di Villa Bertelli, intende ora preservare e valorizzare, raccogliendo circa settanta opere di 29 artisti che hanno trovato in Versilia ispirazione e rifugio.
Una carriera tra Milano e l’Europa
Al di là del legame con Forte dei Marmi, la carriera di Migneco si dispiega su scala nazionale e internazionale con una coerenza e una continuità notevoli. La prima esposizione pubblica risale al 1939, alla Permanente di Milano, nell’ambito della prima mostra del gruppo «Corrente». L’anno successivo, il 1940, segna l’esordio con una doppia personale a Genova, condivisa con Sandro Cerchi, con presentazione in catalogo di Beniamino Joppolo: un testo che ne sottolinea già allora l’unità profonda tra visione poetica e pratica pittorica.
Negli stessi anni partecipa più volte al Premio Bergamo — tra il 1940 e il 1942 — e nel 1941 tiene una seconda personale alla Bottega di Corrente di Milano. Accanto all’attività espositiva, Migneco coltiva un’intensa collaborazione con il mondo editoriale, realizzando illustrazioni e copertine per testi letterari, fino a importanti progetti degli anni Settanta dedicati a Eugenio Montale e alla poesia contadina russa.

Dopo l’interruzione imposta dalla guerra, la ripresa degli anni Cinquanta e Sessanta porta Migneco nelle principali gallerie europee — Zurigo, Amburgo, Amsterdam, Stoccarda, Parigi — e persino a New York. Non mancano le presenze alle grandi rassegne nazionali: la Quadriennale di Roma, a partire dal 1948, e la Biennale di Venezia, dove espone più volte tra il 1948 e il 1958.
Negli anni Settanta, quella visione arcaica e magnetica della Sicilia che aveva sempre attraversato la sua pittura finisce per prevalere in modo più esclusivo. Un orientamento che favorisce la fortuna dell’artista presso il grande pubblico, ma che — come osserva con lucidità Elena Pontiggia — attenua quella spinta innovativa che aveva segnato i momenti più alti della sua opera.
La mostra e il catalogo
L’inaugurazione di Migneco. Realtà e visione è prevista per sabato 6 giugno 2026 alle ore 16.30. La mostra è visitabile gratuitamente: a giugno e settembre con orario 16.00-19.00; a luglio e agosto con orario 17.00-22.00. Nei giorni di concerti del festival Villa Bertelli Live, la mostra sarà chiusa il pomeriggio e aprirà la mattina con orario 10.00-13.00. Si segnala la chiusura anticipata il 27 agosto e la chiusura per santo patrono il 28 agosto.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Maria Pacini Fazzi, con la prefazione di Ermindo Tucci, presidente della Fondazione Villa Bertelli, il testo critico di Elena Pontiggia e la documentazione fotografica completa delle opere esposte. Uno strumento prezioso non solo per i visitatori della mostra, ma per chiunque voglia avvicinarsi seriamente all’opera di un artista che merita di essere (ri)scoperto.
Per informazioni: T. +39 0584 787251 — www.villabertelli.it