Un’opera d’arte contemporanea che tratta di migrazione ha la capacità e il potere di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema così complesso e già ampiamente trattato dalle fonti giornalistiche? Non è possibile dare una risposta a questa domanda perché tutto dipende molto da come le opere vengono percepite dal visitatore. L’obiettivo degli artisti che trattano questo tema, che qui di seguito verranno analizzate alcune loro opere, è far scaturire al pubblico qualsiasi tipo di sentimento o reazione per cercare di depauperare quell’indifferenza che molto spesso caratterizza la società odierna.

Una delle opere simbolo della mostra La verità anche a scapito del mondo dell’artista Tania Bruguera a cura di Diego Sileo, allestita presso il Padiglione d’Arte Contemporanea a Milano tra il 27 novembre 2021 e il 13 febbraio 2022, è The poor treatment of migration today will be our dishonor tomorrow (2021). L’opera è una bandiera dell’Unione Europa con dodici stelle su sfondo blu con l’aggiunta di cinque fili spinati cuciti che congiungono orizzontalmente le stelle e al di sotto una scritta che racchiude bene il significato dell’opera: Il misero trattamento riservato ai migranti oggi sarà il nostro disonore domani. Un altro elemento che aggiunge un significato ulteriore è che Bruguera ha realizzato la sua bandiera con la collaborazione di ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti), da tre sopravvissuti ai lager di Auschwitz e Mauthausen e da alcuni figli di deportati durante la Seconda Guerra Mondiale. Quest’azione vuole richiamare un parallelismo storico tra la condizione dei migranti oggi e quella degli ebrei in epoca nazista. Nella stessa mostra è stata esposta anche un’istallazione che pone anch’essa l’accento sulla questione dei migranti è 22,853 (Crying Room), realizzata nel 2018 nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra e nel 2021 al PAC. È una stanza bianca priva di qualsiasi decorazione o arredo, l’unico elemento presente sono delle fessure da cui fuoriesce un composto organico al mentolo che stimola il visitatore alla lacrimazione, all’ingresso della sala viene impressa una cifra in continua crescita giornaliera con dell’inchiostro rosso, si tratta del numero delle persone che nell’anno corrente hanno attraversato il mar Mediterraneo, comprese le vittime di questo viaggio. Bruguera parla della sua opera come di “empatia forzata” perché la lacrimazione è indotta in un luogo che si può definire quasi clinico e tale emozione viene condivisa con altri visitatori. La scelta dell’artista è più velata rispetto alle opere che verranno trattate in seguito, Bruguera si distacca da qualsiasi tipo di visione che lo spettatore è abituato ad osservare tra televisione e social network per suscitare, secondo l’artista, una riflessione e un sentimento più autentico. Viceversa la vignetta dell’iraniano Alireza Pakdel intitolata Immagrants, vincitrice della dodicesima World Press Cartoon nel 2017, è un’immagine forte e amara che diventa immediatamente critica sociale. L’opera mostra uno dei tanti naufragi nel mar Mediterraneo ma la sua particolarità è che la scena si svolge all’interno di un acquario. I migranti sono un’attrazione, uomini, donne e bambini che con le loro valigie e speranze annegano osservati da famiglie europee quasi compiaciute che indicano e fotografano. Una chiarissima critica alla politica attuale e all’indifferenza della massa.

In ambito scultoreo un’opera simbolo è La porta di Lampedusa – La porta d’Europa di Mimmo Paladino inaugurata il 28 giugno 2008, è un monumento dorato in ceramica refrattaria e ferro zincato di circa cinque metri di altezza per tre di larghezza, posto sull’ultimo promontorio dell’isola di Lampedusa luogo simbolo che divide e unisce l’Europa dall’Africa, con iscritto a lato dell’opera la dedica di Paladino: “Un monumento per i migranti deceduti e dispersi in mare”. La porta ha molteplici significati è il monumento intitolato ai migranti annegati ma è anche la porta di ingresso e accoglienza. Viene letta, anche, come metafora del cambiamento esistenziale che attende tutti coloro che sono giunti nell’occidente ma è anche assimilabile ad un faro, grazie al materiale di cui è stata realizzata, essa riflette la luce del sole e della luna e diviene quindi simbolo della terraferma e della salvezza.

Gli artisti Meschac Gaba e Kader Attia usando dei semplici oggetti di uso quotidiano: coperte, lampade, vestiti e specchi riescono a comunicare messaggi molto forti su questa tragedia. L’artista Meschac Gaba in Mémorial aux réfugiés noyés – Memorial for Drowned Refugees, realizzata nel 2016, è composta da una pila di coperte blu e delle lanterne che costituiscono un monumento commemorativo. L’artista si è ispirato ad un rituale celebrato in Benin realizzato per le persone care che muoiono in mare. Secondo questa tradizione, i famigliari del defunto lasciano sulla spiaggia coperte e lampade, trasformando quel luogo in faro e paradiso per l’anima della persona perduta per sempre. Le coperte assicurano calore allo spirito dell’annegato, perché si crede che egli infreddolito tornerà a piangere alla porta della sua vecchia casa. Questa tradizione è radicata nella cultura beninese, ma, come spesso accade nel lavoro di Gaba, riferimenti precisi vengono utilizzati per affrontare temi più universali. Con questa opera l’artista crea un monumento dedicato alle vite di migliaia di migranti morti, per i sopravvissuti e per coloro che piangono i propri cari.

Kader Attia nell’istallazione Le Mer Mort del 2015 assimila il mare ad un luogo di lutto. Presenta una serie di maglioni, jeans, t-shirt e scarpe in diverse sfumature di blu, sparsi su un’ampia superficie del pavimento della galleria: abiti abbandonati come se chi li indossava fosse scomparso all’improvviso. I colori di questi indumenti rispecchiano le sfumature e i colori del mare aperto, ma la messa in scena di Attia sorprende ancora di più perché rende visibile ciò che non c’è: i corpi umani che indossavano questi abiti. I vestiti sparsi dell’artista sembrano paragonare il Mediterraneo a un vuoto in cui la gente sparisce e richiama l’attenzione su un aspetto molto meno visibile della crisi migratoria: il numero sconosciuto di persone la cui morte in mare rimane ignota perché i loro corpi non vengono mai più ritrovati.

L’artista affronta il tema dell’invisibilità, dell’assenza, della scomparsa e della cancellazione con un’altra opera intitolata Holy Land nel 2006. L’opera è stata istallata in una delle spiagge di Fuerteventura, isole Canarie, luogo dove migliaia di migranti africani sbarcano su pescherecci e barche di fortuna. Spiaggia vista dai migranti come ingresso all’Europa e di una vita migliore ma anche come luogo di morte per tutti colori che non riescono a raggiungerla. Attia assimila la spiaggia ad un vero e proprio cimitero, dando a queste vittime una sorta di luogo commemorativo, disponendo sulla sabbia quasi cento specchi rivolti verso il mare come a simulare la disposizione delle lapidi. La forma degli specchi è in se enigmatica perché è assimilabile ad una lapide, ad una tavola da surf o ad una finestra gotica. In Holy Land non vi è traccia evidente di migranti e barche, tocca al visitatore ragionare, comprendere, assimilare l’immane tragedia che ogni giorno si ripete. La scelta dell’uso dello specchio amplia il significato della sua opera costringendo il visitatore che si trova specchiato nell’istallazione a riflettere sulla storia dell’umanità, su un passato dove erano i suoi antenati a migrare e sull’indifferenza di oggi.
