Un artista tra due mondi, una filosofia sola
Lee Ufan nasce nel 1936 a Gyeongsangnam-do, in Corea, in piena occupazione giapponese. La sua formazione è doppia e inseparabile: si avvicina alle tecniche tradizionali della pittura a inchiostro presso la Seoul National University High School, poi nel 1956 lascia la Corea per Tokyo, dove studia filosofia alla Nihon University. È questa combinazione — la disciplina corporea della pittura orientale e il rigore speculativo della filosofia occidentale e orientale — a forgiare l’identità di un artista che non sarà mai semplicemente pittore né semplicemente scultore, ma pensatore della forma.
Nel 1967 tiene la sua prima personale alla Sato Gallery di Tokyo. L’anno successivo il suo lavoro entra nella collezione del Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo con la mostra dedicata alla pittura contemporanea coreana. Ma è nel 1969, con la nona Esposizione d’Arte Contemporanea del Giappone al Tokyo Metropolitan Museum of Art, che Lee Ufan segna una svolta definitiva: mette in scena un happening effimero, costruisce strutture contingenti, rompe con la pittura ottica della sua prima fase. È in questo momento che emerge la Mono-ha — la Scuola delle Cose — di cui Lee Ufan diventa il principale teorico e ispiratore.

La Mono-ha non è uno stile ma una postura intellettuale: rifiuta la trasformazione della materia e punta invece sulla relazione tra gli oggetti e il mondo, tra l’opera e lo spazio che la circonda. Lee Ufan porta in questo movimento la sua formazione filosofica e la sensibilità estetica coreana del Dansaekhwa — la pittura monocromatica — di cui è anche figura chiave. Il risultato è un corpo di lavoro che attraversa cinquant’anni senza mai perdere la sua coerenza interiore: ogni pennellata, ogni pietra, ogni lastra d’acciaio è un atto di pensiero.
Nel 1972 Lee compie un gesto significativo: ribattezza tutti i suoi lavori tridimensionali esistenti con il nome Relatum, termine filosofico che indica la relazione tra gli elementi. Non sono oggetti, sono relazioni rese visibili.
Il linguaggio pittorico: dal punto alla risposta
La mostra di Venezia ripercorre l’intera evoluzione del linguaggio visivo di Lee attraverso otto sale di SMAC Venice, ciascuna dedicata a una fase o a una serie specifica della sua carriera.
Si comincia dalla prima sala, consacrata alle opere pionieristiche delle serie From Point e From Line, realizzate tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Qui il gesto è tutto: Lee applica il pigmento sulla tela trattenendo il respiro, scaricando un’energia corporea e meditativa che trasforma ogni segno in un evento. “Deve essere un punto vivo, una linea viva”, dice l’artista. Non si tratta di decorazione né di espressione emotiva nel senso romantico: è un processo di presenza totale, quasi rituale.
La seconda sala ospita le opere delle serie From Winds (1982-86) e With Winds (1987-91), dove la pennellata si fa più ritmica ed espressiva. Lee Ufan cambia il suo rapporto con il respiro: non più trattenuto ma regolato, come in una respirazione consapevole. I dipinti di questo periodo presentano ampie aree di tela intatta che dialogano con pennellate espressive di grande formato — “composizione viva degli spazi vuoti”, come le definisce lui stesso. Il vuoto non è assenza, è parte attiva dell’opera.
La terza e la quarta sala sono dedicate alla serie Correspondance, sviluppata negli anni Novanta, dove Lee torna a un’applicazione più deliberata del pennello: ampie pennellate geometriche su fondi bianchi, affiancate alla serie Dialogue, con i suoi dipinti di grande formato a pennellata unica. C’è qualcosa di quasi calligrafico in questi lavori, un ritorno alla disciplina della scrittura orientale sublimata in astrazione.
La sesta sala ospita due delle tre nuove commissioni site-specific realizzate per SMAC Venice: due dipinti murali — uno sul pavimento, uno sulla parete — della serie Response (2021-), la più recente della carriera di Lee Ufan. Questa serie esplora la vivacità cromatica attraverso rossi e blu decisi, un’apertura al colore che sembra quasi una risposta — appunto — alla vitalità della laguna veneziana. I dipinti saranno creati in dialogo diretto con lo spazio di SMAC e con l’anima di Venezia: un’opera che non si potrebbe fare altrove.
La dimensione scultorea: relazioni nello spazio
Le ultime due sale della mostra sono dedicate alla produzione scultorea di Lee, che inizia alla fine degli anni Sessanta e che lo ha reso noto a livello globale quanto la pittura. Installazioni di grande formato attraversano l’intera carriera dell’artista, dai lavori storici alle nuove commissioni.
Tra le opere più attese c’è Relatum — precedentemente Iron Field — del 1969, qui presentata nella versione 2026: un campo di aste d’acciaio conficcate in un letto di sabbia. È un lavoro che porta dentro uno spazio museale la sensazione del paesaggio, del suolo, della forza di gravità. Le aste non sono sculture nel senso classico: sono relazioni verticali con la terra, punteggiature di uno spazio che diventa campo da leggere.

La terza commissione site-specific è Relatum — Infinity (2026), nuova opera di grande formato che prosegue la serie iterativa intrapresa alla fine degli anni Sessanta. Raffigurante un giardino interiore, si compone di due lastre in acciaio lucido inframezzate da due grandi pietre centrali. Il lucido dell’acciaio riflette lo spazio circostante, le pietre portano il peso e la memoria della materia naturale: è il dialogo tra l’industriale e il naturale che da sempre caratterizza il lavoro scultoreo di Lee.

© Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris
Nel 2010 questo dialogo ha trovato una casa permanente a Naoshima, in Giappone, dove è stato inaugurato il Lee Ufan Museum, progettato dall’architetto Tadao Ando. Un museo dedicato a un solo artista su un’isola del Mar Interno di Seto: un gesto coerente con la filosofia di Lee, che ha sempre cercato la contemplazione prolungata piuttosto che la visione frammentata.
Venezia e Beacon: un compleanno lungo un anno
La mostra di Venezia non è un evento isolato. Si apre in contemporanea a una nuova, nutrita esposizione di dipinti e sculture di Lee presso Dia Beacon, il grande museo della Dia Art Foundation sulla Hudson, a New York. Insieme, i due eventi celebrano il novantesimo compleanno dell’artista sottolineandone il contributo straordinario in molteplici discipline e in più aree geografiche: la Corea, il Giappone, la Francia — dove vive a Parigi — e ora l’Italia.
Lee Ufan ha pubblicato diciassette libri. È stato insegnante, critico culturale, teorico dell’arte. Ha partecipato negli anni Settanta a esposizioni che mettevano a confronto artisti nordamericani, asiatici ed europei intorno all’interesse condiviso per la materia, il processo e i siti — un dialogo interculturale che anticipa di decenni le discussioni sull’arte globale. A novant’anni, la sua ricerca non si è fermata: la serie Response è ancora in corso, i colori si fanno più accesi, le pennellate più libere. Come se l’età non portasse quiete ma ulteriore apertura.
L’ingresso è possibile tutti i giorni tranne il martedì, dalle 10:00 alle 18:00, presso le Procuratie di Piazza San Marco 105, Venezia.
