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    Home»Mostre ed Esposizioni»Irving Penn a Roma con 109 capolavori fotografici al nuovo Centro della Fotografia
    Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation
    Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation
    Mostre ed Esposizioni

    Irving Penn a Roma con 109 capolavori fotografici al nuovo Centro della Fotografia

    RedazioneBy RedazioneMaggio 12, 2026Nessun commento6 Mins Read
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    Un maestro, uno stile inconfondibile

    Irving Penn nasce nel 1917 a Plainfield, nel New Jersey, da una famiglia di immigrati. Studia alla Philadelphia Museum School of Industrial Arts dal 1934 al 1938, allievo di Alexey Brodovitch — figura leggendaria della grafica americana, art director di Harper’s Bazaar e formatore di una generazione intera di fotografi e designer. È Brodovitch a insegnargli l’essenziale: che ogni immagine deve avere una ragione per esistere, che il superfluo va eliminato senza pietà.

    Nel 1943 Alexander Liberman, nuovo art director di Vogue, lo assume come collaboratore. Inizia così una delle relazioni professionali più longeve e fruttuose della storia della fotografia: Penn firmerà immagini per Vogue per oltre sessant’anni, diventando la voce visiva della rivista e, per molti versi, dell’immaginario elegante del secondo Novecento. Ma Irving Penn non è mai soltanto un fotografo di moda: accanto agli incarichi editoriali coltiva progetti personali di rara profondità, esplorando il ritratto, il nudo, la natura morta, il viaggio etnografico, la stampa sperimentale.

    Il suo stile è immediatamente riconoscibile: rigore formale, economia del gesto, attenzione quasi ossessiva alla luce e alla composizione. Le sue immagini sembrano semplici — e questa semplicità apparente è il risultato di un lavoro di riflessione e controllo che Penn stesso definisce come centrale alla sua pratica. “Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo”, affermano i curatori della mostra, Pascal Hoël e Frédérique Dolivet della MEP e Alessandra Mauro per il Centro della Fotografia. Non è un’iperbole: molte delle immagini in mostra sono entrate nel canone della storia della fotografia già durante la vita dell’artista.

    Il percorso: sei sezioni, sessant’anni di sguardo

    La mostra è articolata in sei sezioni che coprono l’intero arco della carriera di Irving Penn, dai primissimi scatti del 1939 agli ultimi lavori del 2007, due anni prima della morte.

    Si comincia con i Primi lavori (1939–1947): le fotografie di strada a New York, poi nel sud degli Stati Uniti, poi in Messico nel 1941. Nel 1945 Irving Penn è in Europa come autista volontario di ambulanze dell’esercito americano, e usa la macchina fotografica per raccogliere testimonianze visive di un continente devastato dalla guerra. In mostra anche una delle immagini più celebrate di questo periodo: il gruppo di intellettuali italiani al Caffè Greco, realizzata a Roma per Vogue nel 1948. Una fotografia che è già tutto Penn: la composizione controllata, la luce diffusa, la capacità di restituire personalità attraverso la postura e lo sguardo.

    La seconda sezione è dedicata ai Viaggi (1948–1971), realizzati per Vogue ai quattro angoli del mondo: dal Perù al Nepal, dal Camerun alla Nuova Guinea. In questi progetti Irving Penn mette a punto un metodo preciso: isola i soggetti — indigeni, artigiani, figure locali — dal loro ambiente, li porta davanti a uno sfondo neutro e li fotografa nella luce naturale. Il risultato è una serie di ritratti che hanno la forza delle grandi opere pittoriche: presenze assolute, tolte dal contesto ma non spersonalizzate, anzi rese più se stesse dalla sottrazione del rumore di fondo.

    Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation
    Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation

    La terza sezione raccoglie i Ritratti (1947–1996) delle grandi personalità del Novecento — artisti, scrittori, attori, intellettuali — fotografati nello studio di Irving Penn, dove ogni elemento del set è studiato e voluto. Penn non insegue i suoi soggetti: li convoca, li mette in scena, li osserva. È un approccio quasi teatrale, che produce immagini di straordinaria intensità psicologica.

    I nudi, la moda, le nature morte: tre universi paralleli

    La quarta sezione è forse la più sorprendente per chi conosce Penn solo attraverso le immagini di moda. I Nudi (1949–1967) sono una serie personalissima, in cui Penn sceglie modelle professioniste per pittori e scultori — corpi non standardizzati, lontani dai canoni del glamour — e li fotografa ravvicinatissimo, senza mai mostrare i volti. I corpi diventano paesaggi, superfici, volumi. Penn sottopone poi i negativi a tecniche di stampa sperimentali, sbiancando e rielaborando le stampe fino a ottenere toni diafani che variano da un’edizione all’altra: ogni stampa è unica, irripetibile.

    Nel 1967, in un progetto realizzato per il Dancers’ Workshop di San Francisco, Irving Penn fotografa corpi in movimento non per documentare una coreografia ma per catturare l’interpretazione più libera possibile del gesto: i danzatori si esibiscono solo per essere fotografati, in una forma di teatro pensato esclusivamente per l’obiettivo.

    La quinta sezione, Moda e bellezza (1949–2007), attraversa tutta la carriera editoriale di Penn. La moda per Penn non è mai decorazione: è struttura, forma, pretesto per indagare la relazione tra il corpo e lo spazio. Le sue immagini di haute couture hanno la solidità delle nature morte olandesi del Seicento — e non è un caso, perché Irving Penn guardava alla storia della pittura con attenzione e rispetto.

    L’ultima sezione, Still Life (1949–2007), è quella che forse più di ogni altra rivela la profondità del suo sguardo. Qui Penn si confronta con oggetti apparentemente insignificanti — mozziconi di sigarette trovati per strada, gomme da masticare usate, rifiuti urbani — e li trasforma in sontuose stampe al platino-palladio. È un lavoro che cita esplicitamente la tradizione della Vanitas e del memento mori dell’arte antica: gli oggetti del consumo e dello scarto diventano simboli del tempo che passa, della caducità delle cose, della bellezza nascosta nell’effimero. Esplorando nuovi soggetti con tecniche raffinate, Penn continua fino all’ultimo a forzare i confini creativi del mezzo fotografico.

    Un nuovo spazio per la fotografia a Roma

    La mostra di Penn inaugura il Centro della Fotografia Roma, nuovo spazio espositivo promosso da Roma Capitale e dalla Fondazione Mattatoio e organizzato da Civita Mostre e Musei. La sede — Piazza Orazio Giustiniani 4 — si inserisce nel polo culturale del Mattatoio, uno dei complessi di archeologia industriale più interessanti della capitale, già sede di Macro Asilo e di importanti eventi culturali.

    Aprire con Penn significa dichiarare un’ambizione precisa: non uno spazio per la fotografia di nicchia o sperimentale, ma un luogo capace di mettere in dialogo la grande storia del mezzo con il pubblico più ampio, dai fotoamatori agli studiosi, dai turisti ai romani. Le 109 stampe provenienti dalla MEP di Parigi — istituzione di riferimento a livello europeo per la fotografia d’autore — garantiscono un livello qualitativo altissimo e una provenienza certificata da decenni di rapporto diretto con Penn e, dopo la sua morte nel 2009, con la Irving Penn Foundation.

    Lazio
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