Con la mostra Ironia Ribelle, Firenze celebra per la prima volta in un’istituzione museale italiana l’opera di Clemen Parrocchetti (Milano, 1923–2016), figura ancora in gran parte sommersa ma di cruciale importanza per comprendere il dialogo tra arte e femminismo nella seconda metà del Novecento.
L’esposizione si terrà dal 2 ottobre 2025 al 6 gennaio 2026 a Palazzo Medici Riccardi di Firenze, curata da Marco Scotini e Stefania Rispoli con la direzione artistica di Sergio Risaliti, riunisce oltre cento opere – dipinti, arazzi, sculture, documenti e materiali d’archivio – e restituisce la complessità di una ricerca che ha saputo tenere insieme radicalità politica, ironia e invenzione linguistica.
Tra espressionismo e autocoscienza
Formatasi in un ambiente culturale dominato da paradigmi maschili, Parrocchetti compie negli anni Sessanta una svolta decisiva: abbandona i toni drammatici dei primi lavori per elaborare un linguaggio esuberante e carnale, dove corpo e desiderio diventano luoghi di affermazione identitaria.
Le tele di Amore e divorazione (1969) segnano questo passaggio: un’esplosione di anatomie deformate, bocche e organi sessuali femminili, colori acidi e vitali che traducono in pittura la tensione politica del Sessantotto. L’artista, come osserverà Dino Buzzati, si muove su un confine inedito tra pop art, rituale e parodia, “tra sesso, sadismo e carnevale”.

L’ago come arma politica
A partire dal 1973 Parrocchetti approda a una vera e propria rifondazione del gesto artistico. In Promemoria per un oggetto di cultura femminile, il cucito – tradizionalmente relegato all’ambito domestico – diventa strumento di lotta e di consapevolezza. È l’inizio di una lunga stagione di opere tessili e assemblaggi in cui materiali poveri e oggetti da merceria assumono valore simbolico e sovversivo.
Nascono così i celebri “oggetti di cultura femminile”, anti-trofei della domesticità che ironizzano sui ruoli imposti alle donne e, al contempo, ne celebrano la capacità di trasformare la cura in gesto politico. Aghi, spilli, spole e rocchetti si fanno emblemi di una rivoluzione quotidiana, in sintonia con le teorie di Silvia Federici e con le battaglie del collettivo Wages for Housework.
Come sottolinea Scotini, “Parrocchetti ha ricamato la rivolta per quarant’anni”, concependo la pratica artistica come un continuo esercizio di disobbedienza, ironia e libertà.
Dal Gruppo Immagine alla scena internazionale
Il 1978 rappresenta un anno cardine. Con il Gruppo Immagine di Varese, Parrocchetti partecipa alla Biennale di Venezia e al convegno Donna Arte e Società, portando all’interno del dibattito artistico italiano la riflessione femminista come pratica collettiva.
Opere come Macchina delle frustrazioni e Sveglia!! È ora traducono il disagio e la resistenza in immagini meccaniche e ironiche, in cui il corpo femminile diventa strumento di denuncia ma anche di autorappresentazione emancipata.

Tessere la libertà
Negli anni Ottanta e Novanta la materia pittorica si apre al tessuto e al filo come estensioni della scrittura: nascono arazzi, collage e diari visivi nei quali confluiscono testi, frammenti autobiografici, versi poetici e stoffe leggere come tulle e organza. È una fase più intimista ma non meno politica, dove la frivolezza apparente dei materiali femminili viene riattivata come linguaggio critico. In opere come Io Micol, autoritratto con il proprio cane, emerge un’identità fluida e relazionale che anticipa riflessioni eco-femministe.

La ricerca di creature marginali e resilienti che diventano simboli di resistenza e di sopravvivenza.
In questi lavori tardi Parrocchetti intreccia il discorso di genere con quello ambientale, aprendo un dialogo sorprendentemente attuale con il pensiero contemporaneo.
Una riscoperta necessaria
Con Ironia Ribelle il Museo Novecento e Palazzo Medici Riccardi non solo restituiscono visibilità a un’artista dimenticata, ma compiono un atto critico di revisione della storiografia ufficiale.
Come sottolinea Risaliti, “Parrocchetti ha saputo appropriarsi di linguaggi storicamente dominati dal verbo maschile – dal surrealismo alla pop art, dall’assemblage all’arte povera – per rovesciarne i codici e introdurre una poetica gioiosa e ribelle che parla ancora al presente”.
La mostra fiorentina, accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimonelli e realizzato in collaborazione con la collezione 49 Nord 6 Est – FRAC Lorraine (Metz), rappresenta dunque un passaggio cruciale nella restituzione di una genealogia femminile dell’arte italiana del secondo Novecento.
In un’epoca che torna a interrogarsi sul rapporto tra corpo, lavoro e libertà, la voce di Clemen Parrocchetti risuona più che mai necessaria: ironica, indocile, e infinitamente viva.
