Abbiamo intervistato l’artista sardo Antonio Murgia, volto noto dell’arte contemporanea italiana e internazionale. Espone in numerose gallerie d’arte tra cui Marinella Home a Nocera inferiore, Galleria Magenta, Arte è Kaos ad Alassio, Nuar Gallery, Nadia Fabbroni Art Gallery a Torino, The STROSS Gallery a Graz (Austria), Morra Arte studio a Qualiano e GALERIE 337 a Prevessin (Francia). Lo abbiamo incontrato per approfondire la sua arte, le sue opere e il significato più profondo dei suoi dipinti.
La nostra esistenza si evolve tra caos e ordine, ma nel mio lavoro, il caos è negli occhi di chi guarda, il mio lavoro non genera caos psicologico, mostra un’esasperazione cromatica..
- Come è diventato un artista? Ha un ricordo particolare o un avvenimento che lo ha portato a scegliere la carriera artistica?
Ho un ricordo molto netto di una mattina in cui, sarà stata quarta o quinta elementare, mentre stavo disegnando il classico paesaggio che tutti bambini disegnano a quell’età (ed io non avevo certo pregi particolari), mi sono trovato a fantasticare che avrei voluto realizzare tre desideri, una volta diventato grande: fare il pittore, avere una moglie e due bambini. Ne ho realizzato uno; gli altri due li ho proprio mancati.
- Cos’è per lei la Neo-Pop? Quale percorso l’ha portato in questo movimento artistico?
Neo-Pop è per me semplicemente una delle molteplici sfaccettature che la cosiddetta “cultura” utilizza per narrare se stessa attraverso gli strumenti di auto-identificazione che veicola come specchi. Vado per sommi capi: la flagellazione mentale del Concettuale, lo psichismo dell’Astratto e l’ironia del Pop. Il Neo-Pop è solo una stagione di una serie televisiva con radici nel feuilleton, passando per Carosello e chissà cos’altro, in futuro.



Fin da quando ho iniziato a relazionarmi col sistema galleristico, agli inizi del duemila, ho usato immediatamente l’arma dell’ironia, a volte feroce (come quando ho bloccato sulla tela uno scorcio di incontro di boxe fra due star di colore scuro: Pippo che le piglia di santa ragione da Tyson), altre più leggere, come nella mia serie di maggior successo dell’epoca, denominata “Pretaporter”, in cui indossatrici di carisma (principalmente Paperina e Marilyn) indossavano abiti di Armani, Versace, Cavalli ecc…, cioè vestiti che mai avrebbero potuto indossare se non fossi stato io a prendermi la briga di vestirle.
- Può spiegare ai nostri lettori il Progetto Oros. Come sceglie i soggetti delle sue opere? Da dove trae ispirazione?

In OROS Project utilizzo il volto, o a volte il corpo, femminile (sovente idealizzato…ma non troppo) per renderlo il campo prediletto di commistione fra pittura e collage di vari materiali di origine industriale. L’intenzione è di far convivere assieme anime contrapposte. Si parte da un presupposto di tante sfaccettature a loro modo astratte che, sommate assieme, compongono una figura. Un collage di segni e colori manuali a se stanti, che si legano a materiali industriali contemporanei di vario tipo. L’intenzione principale è suscitare in colui o colei che guarda varie tipologie di emozioni, anche contrapposte, che dovrebbero andare a stimolare sensazioni di attrazione o repulsione, con l’obiettivo recondito di incontrare un equilibrio fra le fazioni emotive. Provocare molto, in termini di contrasti visivi, fuorché la quiete. Che può avvenire solo quando si sono comprese le altre tipologie emotive. Tecnicamente parlando, accompagnando il rozzo col carino, il maleducato, lo svagato, col gentile. Senza ricorrere necessariamente agli estremi dell’espressività umana. Non ne sento la necessità.
- Il rapporto che si va creando durante le presentazioni delle sue opere nelle mostre e nelle gallerie o con gli acquirenti come la fa sentire?
Io frequento principalmente gallerie che tengono continuamente in esposizione le mie opere, perciò raramente partecipo a mostre personali o a presentazioni pubbliche. Quindi il mio rapporto con gli spettatori è scarsamente frequente. Poi però vi sono quei preziosi momenti in cui partecipo alla consegna di un mio lavoro a persone visibilmente soddisfatte, felici nella relazione con quell’opera che ho espressamente realizzato per loro. Allora il mio sentimento credo possa essere correlabile a colui che ha centrato l’obiettivo, nel bel mezzo di una gara sportiva.
- Ci può spiegare e raccontare una o più sue opere, che reputa siano più rappresentative della sua arte?

Qui mi risulta difficile rispondere, in quanto il mio processo appartiene ad ogni singola opera, in un continuo fluire da un’opera all’altra. Con continue mutazioni, trasmigrazioni dalla attuale alla successiva. Come in un ologramma, dove ogni singola opera contiene l’informazione delle precedenti e delle successive. Ognuna peculiare, a se stante, ma collegata intimamente alle altre. Certo, vi sono opere più riuscite delle altre ma, appena terminate, passo immediatamente alla prossima, nella speranza di migliorarmi rispetto alle precedenti, nella certezza che il meglio deve ancora avvenire.
