Abbiamo incontrato il pittore Ernest Compta Llinàs (@ernestcompta), nato a Barcellona e noto artista con riconoscimenti europei e internazionali. Ha esposto a New York, San Diego, Milano, Roma, Venezia, Cannes, Barcellona, Londra, Stoccolma e Cali (Colombia). Lo abbiamo intervistato per approfondire la sua formazione, la sua arte e il significato più profondo dei suoi dipinti.
• Potrebbe raccontarci la sua carriera artistica e come è diventato un artista?
Ho studiato architettura e ho esercitato la professione per alcuni anni, ma non riuscivo a trovare il mio posto. La pittura è apparsa poco a poco come un modo per tradurre emozioni complesse in immagini. Ho esplorato diverse tecniche e, col tempo, ho capito che il mio non era solo un hobby, ma un modo per esprimermi che mi faceva stare bene e che mi permetteva anche di indagare il mio io interiore e mostrare la mia prospettiva. Nel corso degli anni, il mio lavoro si è evoluto verso un linguaggio personale, in cui il volto e la figura umana diventano il riflesso di sensazioni ed emozioni.

• Cosa significa per lei la pittura? Quali emozioni le suscitano?
Dipingere è un modo per entrare in contatto con la mia vita. È il momento in cui tutto si ordina, in cui posso apprezzare ciò che provo. Cerco di cogliere piuttosto che analizzare o giudicare. La pittura mi permette di trasformare la vulnerabilità in bellezza, per esempio. A volte fa male, a volte libera, ma mi aiuta sempre a recuperare qualcosa di autentico. I sentimenti e le emozioni sono i protagonisti dei miei quadri. Mi interessano e non smettono mai di stupirmi per la loro enorme diversità e l’infinità delle loro sfumature. È il mio modo di stabilire un legame con il mondo e, soprattutto, di comprendere me stesso. Quest’ultimo aspetto è il più complicato.

Grief, 50×70 cm

The Solitude, 100×70 cm

The Last Glance, 60×80 cm
• C’è qualche artista, del passato o del presente, che l’ha ispirata o che ammira in modo particolare?
Ne ammiro molti, ma più che le influenze dirette, sono le atmosfere a ispirarmi. L’enorme libertà di Pablo Picasso, la potente sensibilità di Egon Schiele, la crudezza di Lucian Freud o le distorsioni di Francis Bacon sono per me motivo di riflessione. Credo che tutti loro mi abbiano segnato per motivi diversi e facciano ormai parte della mia sensibilità. Mi ispirano anche i creatori contemporanei che rischiano, che non cercano di compiacere, ma di trasmettere qualcosa di vero. Anche Antonio Saura è per me un punto di riferimento.
• Come sceglie i soggetti dei suoi dipinti? Sono ritratti di persone reali o immaginarie?
Di solito parto da un’emozione, non da un’idea, da qualcosa di nuovo che mi viene in mente con forza. A volte il gesto nasce da una persona reale, altre volte da un ricordo, da un’immagine o da una sensazione diffusa. Come avrete notato, tutto il mio lavoro ruota attorno al volto umano, in particolare ai lineamenti o alla gestualità. Non si tratta di ritratti in senso stretto, ma piuttosto di specchi emotivi. Cerco di catturare quell’istante in cui il gesto diventa universale, in modo che chiunque possa capirlo o vedersi riflesso in esso. Forse l’assenza di contestualità, dato che utilizzo sfondi piatti, permette allo spettatore di identificare e interpretare facilmente le espressioni. Cerco di creare un’atmosfera senza tempo né spazio affinché lo spettatore o la spettatrice si concentri su ciò che il quadro dice.
• Potrebbe spiegarci e parlarci di alcune delle opere che considera più rappresentative della sua arte?
Opere come Grief, Solitude, Softly Broken, The Last Glance o Boxer sono una buona rappresentazione del mio lavoro. Sebbene siano molto diverse tra loro, esprimono visivamente la densità emotiva. Grief ci porta a immaginare un dolore profondo, forse senza speranza. La sua forza è il suo fascino. Solitude trasuda tensione e malinconia. Forse la sua forza e il suo raccoglimento fanno parte della sua bellezza. The Last Glance parla da sé. Suggerisce l’istante che precede un addio indesiderato. In Softly Broken ho voluto mostrare che la sofferenza può essere dolce e sensuale. Rivela la bellezza di ciò che si rompe senza rumore. Boxer, come dice il titolo, esprime un volto deformato dalla brutalità dei colpi, ma ciò non significa che non possa essere poetico.
• Quale riconoscimento artistico lo ha reso più orgoglioso nella sua carriera artistica?
Ogni riconoscimento ha il suo valore, ma al di là delle pubblicazioni, delle mostre o dei premi, ciò che mi rende più orgoglioso è vedere che un’opera tocca qualcuno, che qualcuno si ferma davanti a un quadro e prova qualcosa. A volte, un commento sui social network è un vero e proprio premio. Persone che non conosco mi raccontano il legame che sentono con alcune delle mie opere. Questo li porta a riconoscersi, a scrivere una poesia o persino a piangere. Detto questo, essere finalista dell’Heralbony Prize a Tokyo, allo Swissartexpio di Zurigo o vincitore del concorso di pittura sui diritti umani di Alicante sono stati traguardi importanti, perché confermano che il mio linguaggio può viaggiare e parlare a pubblici molto diversi.
