Ivan Lorenzo Frezzini (@ivan_lorenzo_frezzini) è uno degli artisti della Fluid Art più interessanti del panorama italiano di questo ultimo periodo. Nato a Milano nel 1979, ora vive e lavora in località Castello di Canossa (Reggio Emilia). Lo abbiamo incontrato per approfondire la sua arte, le sue opere e il significato più profondo dei suoi dipinti.
- Come è diventato un artista? Ci può raccontare il suo percorso?
Ho sempre trovato nel disegno un modo di comunicare. Il mio avvicinamento al mondo dell’arte, inteso come pittura su tela, è nato dopo un grave incidente in moto dove non potevo più utilizzare le mani nel modo classico per tenere tra le mani i pennelli. Allora ho iniziato a sperimentare, colando colore direttamente sulla tela. L’ingresso nel mondo dell’arte professionale come mostre istituzionali, gallerie e fiere d’arte è nato dopo l’idea di disegnare opere d’arte famose e volti confinando i margini dell’immagine, per poi colare il colore dentro, successivamente liberarlo e dare modo al colore di muoversi e definire la nuova immagine sulla tela.

- Cos’è per lei la Fluid Art?
La Fluid Art per me si può inquadrare in maniera ampia: il mio modo di dipingere è simbolo di rinascita ma soprattutto di cambiamento che attraverso il colore fluido rimane impresso sulla tela.

- Osservando le sue opere d’arte ho notato che predilige realizzare ritratti in primo piano, c’è un motivo o una scelta artistica?
In questa fase della mia sperimentazione, sto lavorando principalmente su volti e ritratti, perché credo che il massimo dell’espressione si possa raggiungere solo attraverso l’identificazione dell’essere umano. Tutto è cominciato con la reinterpretazione delle opere della storia dell’arte, lavoro che ha come mio obiettivo la citazione e la valorizzazione dei grandi capolavori. Ora sto lavorando a volti di persone non note, non identificabili come persone reali, ma vogliono andare a creare quel legame tra il mondo materiale e il mondo spirituale.

- Ci può descrivere una o più opere d’arte che meglio rappresentano il suo percorso artistico
Una delle opere che rappresenta di più il mio lavoro è il primo dipinto ispirato a un’opera d’arte famosa di Vermeer La ragazza con l’orecchino di perla. Dove ho cercato di definire in maniera più realistica possibile l’immagine in un primo momento, per poi lasciare che il soggetto si dissolva e dando così espressione massima al colore.
Un’altra opera che ritengo interessante per la mia crescita è stata Il nuovo volto di Matilde di Canossa, essendo anche parte di un progetto istituzionale che ha coinvolto non solo me, ma tutti i cittadini nella realizzazione di un ipotetico volto di una delle donne più importanti del medioevo, attraverso la realizzazione prima di bozzetti con le scuole e poi a un’opera collettiva realizzata all’interno di uno dei suoi castelli.

Ritengo molto importante anche le due opere Adamo ed Eva esposte al Museo Il Correggio in occasione della mostra personale Principium dove le due identità maschile e femminile rappresentano il principio maschile e il principio femminile all’interno di ogni singola persona.
- Ha realizzato una collaborazione con il carcere di Massa, da come è nata questa idea? Cosa è stata sia per lei che per i detenuti lavorare ad un’opera d’arte?
Ho voluto fortemente realizzare un’opera all’interno del carcere di Massa e nei luoghi dove le persone hanno delle “fragilità” conclamate perché la mia arte è nata proprio in uno dei momenti più difficili della mia vita e ora attraverso di essa mi piacerebbe comunicare alle persone che nelle difficoltà e nelle fragilità ci può essere la chiave per il cambiamento e la rinascita. L’esperienza all’interno del carcere sicuramente per me è stata molto arricchente, ma quello che più mi ha reso grato è stato vedere la luce nelle persone che hanno lavorato insieme a me.
- Può spiegare ai nostri lettori cosa sono le Live Painting, come funzionano e cosa significano per lei
Le opere che realizzo in Live Painting, principalmente con il pubblico, sono le opere che più emotivamente mi coinvolgono perché ho modo di sperimentare e diventare un tutt’uno con le energie circostanti delle persone che partecipano. Non è più solo la mia identità e quella del colore sulla tela, ma è un’identità collettiva che crea quel senso di appartenenza che forse un po’ tutti ricerchiamo e che credo ci rende umani nel vero senso della parola.
