Vincenzo Saccotelli è uno degli artisti emergenti più interessanti nel panorama lombardo di questo ultimo periodo. Autodidatta, nato nel 1997 in Puglia ma trasferito da tempo a Monza, dove lo potete trovare nella Bottega d’arte Arsura Factory e su Istagram (@vincenzo.saccotelli). Lo abbiamo incontrato per approfondire la sua arte, il significato più profondo delle sue opere e per far conoscere a più persone questo artista emergente.
- Quale percorso lo ha portato a diventare un artista?
Non è stato un percorso lineare. Non ho seguito accademie o scuole d’arte, ma ho lasciato che la necessità di esprimere quello che avevo dentro trovasse una forma. Dipingere per me è nato come urgenza, come terapia. L’arte è arrivata prima della definizione di “artista”: ho iniziato a creare per sopravvivere emotivamente, e da lì non ho più smesso.
- Quali sono i suoi artisti preferiti? Si è ispirato a qualche artista in particolare?
Non mi ispiro a un solo artista, ma a correnti e sensibilità. Amo Mario Schifano per la sua forza istintiva, Emilio Vedova per la sua capacità di trasformare la pittura in un grido collettivo, Jean-Michel Basquiat per l’urgenza viscerale. Mi sento vicino anche a Pollock, per la sua capacità di trasformare il gesto in linguaggio.
- Mi puoi spiegare meglio il concetto della sofferenza espressa nelle sue opere d’arte come ha ribadito in alcuni suoi video?
La sofferenza per me non è mai fine a sé stessa: è un passaggio. Le mie opere non parlano di dolore per compiacersi, ma lo usano come materia da trasformare. Rappresento la vulnerabilità per renderla condivisibile, per far capire che non è una condanna individuale ma un’esperienza che tutti condividiamo.


Acrilico| Smalto 80×80cm, Acrilico| Smalto, 2024. Credits: Vincenzo Saccotelli

- Da dove arriva la sua ispirazione?
Arriva dalle ferite e dai momenti in cui mi sono sentito fragile. Ma anche dall’osservazione delle persone: guardo come si muovono, come nascondono le loro imperfezioni.
- Mi può descrivere alcune delle sue opere più significative: Tu n’es pas seul, Serie Ascesa e Collezione Senza pelle
“Tu n’es pas seul”: un grido rivolto a chi si sente completamente isolato. È il messaggio che, anche nel dolore più profondo della solitudine, qualcuno ti può comprendere.
Serie “Ascesa”: rappresenta la tensione tra cadere e sollevarsi, il peso che trascina giù e la spinta che ti porta oltre.
Collezione “Senza pelle”: è la più autobiografica. Espone la fragilità senza veli, è un invito ad accettare di mostrarsi così come si è, imperfetti, vulnerabili, ma autentici.


- In un suo video su Instagram ha affermato che le “opere come un urlo silenzioso” mi puoi approfondire il concetto?
Le mie opere sono silenziose perché non hanno bisogno di parole, ma sono un urlo perché nascono da un’intensità che non può restare dentro. È un paradosso: gridare senza fare rumore. L’urlo silenzioso è ciò che accomuna tante persone che non riescono a esprimersi ma che si sentono esplodere dentro.
- “Monito delle persone che si sentono davvero imperfette, per accettare queste imperfezioni che tutti noi abbiamo”, un concetto magnifico e molto profondo, secondo lei come l’arte può fare ciò?
L’arte ha il potere di specchiare quello che siamo, senza filtri. Quando un’opera mostra l’imperfezione e riesce a trasformarla in bellezza, allora diventa un monito: non serve nascondersi. Vedere una tela vulnerabile ti fa capire che anche tu puoi esserlo. L’arte diventa così un atto intimo: ribalta l’idea che solo la perfezione sia degna di essere mostrata.
