Nicola Nannini è un noto pittore italiano, docente di disegno e figura presso la Scuola di Artigianato Artistico di Cento e docente di pittura presso l’Accademia Cignaroli di Verona. Protagonista di numerose rassegne espositive personali e collettive in Italia e all’estero, ha esposto presso gallerie private, musei pubblici e fondazioni. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e approfondire le sue opere.
Ho letto nella sua biografia che partendo da studi classici si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, qual’è stata la “spinta” in questa scelta?
Fin da bambino io ho amato disegnare, e devo dire che è una sorta di situazione innata, ho passato tutta la mia infanzia e giovinezza a disegnare, per poi tentare di dipingere in autonomia. Sin dalle scuole elementari avevo questa passione meravigliosa che mi accompagnava in ogni mio momento, per fare un esempio spesso preferivo disegnare che andare a giocare. Ho sempre voluto frequentare il liceo artistico e di conseguenza l’accademia di belle arti, ma ovviamente in quell’epoca, stiamo parlando degli anni 80/90, non erano scuole ben viste. Mio padre non volle iscrivermi al liceo artistico, dopo una chiacchierata con il preside del liceo artistico di Bologna, quel liceo venne definito come una scuola che sostanzialmente si perdeva tempo. I miei genitori mi imposero per amore di fare il liceo classico, ad oggi penso che sia stata una delle migliori decisioni. Quindi studi classici e poi ho intrapreso quello che ho sempre voluto fare cioè gli studi d’arte, feci l’Accademia di Belle Arti a Bologna. Quindi in realtà non è che dopo un inizio classico scelsi l’arte ma l’arte era la mia prima scelta fin da subito.

Ha un artista preferito o più artisti del passato e del presente a cui si è ispirato, o che le piacciono particolarmente?
Ho amato e amo molti artisti, non ho una classifica vera e propria. Ho studiato molto il passato e guardo spesso anche l’arte contemporanea. L’amore giovanile è stato sicuramente Caravaggio e i Caravaggeschi. Abitando a Cento, la patria del Guercino, è stato il mio primo artista di riferimento. Intorno ai diciassette anni mi sono recato a Vienna e ho incontro le opere di Egon Schiele e Gustav Klimt, le opere della Secessione viennese e il primo Espressionismo austriaco, e li sono caduto sulla via di Damasco, credo di aver avuto una sorta di sindrome di Stendhal e mi si è aperto un mondo. Il primo quadro che mi è entrato sotto pelle è stato gli Amanti di Egon Schiele, quel quadro ha segnato una svolta nella mia vita, da li ho deciso che l’arte sarebbe stata la mia vita. Nell’arte, secondo me, non siamo mai orfani abbiamo sempre delle madri e dei padri che ci guidano e ci aiutano a comprendere noi stessi. Amo tutta l’arte senza nessuna eccezione, dalla pittura veneta, Paolo Veronesi, Tintoretto, amo moltissimo la pittura fiamminga, Peter Paul Rubens, Antoon van Dyck… la svolta pero devo dire è stata la Secessione con Egon Schiele, ma anche i puntinisti italiani, Antonio Mancini, Telemaco Signorini, Giovanni Boldini ecc. Nell’arte contemporanea se ne devo citare alcuni: Lucian Freud e Antonio Lòpez Garcia.
Sono stata particolarmente colpita dalla sua opera “Cortina. Una sera d’inverno” esposta alla 35ª Mostra Mercato d’Arte Moderna e Contemporanea a Padova, la potrebbe spiegare e raccontare ai nostri lettori?
È il primo di una serie di dipinti che andranno in mostra dal 29 gennaio a Milano nella Galleria AreA/B via Passo Boule 3. Una mia personale dedicata a Cortina con titolo Se una notte di inverno con il curatore Ivan Quaroni. Quel quadro è il primo di una serie di una decina di dipinti ad olio, piu una quarantina di carte, tecniche miste su carta e altre situazioni ibride. Opere dedicate in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina al tema del paesaggio, un tema per me già esplorato. La forza e la potenza di quelle montagne che ci guardano è intrigante. In quel quadro specifico ho unito il paesaggio antropico, una sorta di vibrazione palpitante di segni, con quella maestosa e infinita meraviglia della montagna, in una situazione serale, con un cielo quasi diurno che quasi volge al termine.

Lavora per cicli tematici, ce li può spiegare brevemente?
Ho le tendenza a lavorare per cicli tematici, per un motivo molto semplice: io reputo che il punto della pittura non è tanto quello che si dipinge ma come lo si dipinge. Quello che mi interessa è una tradizione dell’arte europea dal 1900, che non riconosci un artista e un pittore da ciò che dipinge ma dalla forma pittorica, è il tipo di scrittura che fa la differenza, essere riconoscibili per la propria mano. Quello che mi connota è il modo in qui dipingiamo e del suo evolvere. Seguo di anno in anno dei cicli, che si stratificano come i soggetti umani anche a grandezza naturale, i notturni, veduta della mia pianura e paesaggi montani.
Ci può analizzare una o più su opere, che reputa siano più rappresentative della sua arte.
I Notturni fondamentalmente sono cominciati con vedute urbane delle mie città per poi essere popolati da spiriti, diciamo come una notte che cela misteri.Type opere con soggetti gli esseri umani, figure intere attorniate da accessori, accessori e oggetti che ci caratterizzano. I cicli su Venezia, vedute classiche ma dove la pittura le rende uniche. Cicli della pianura: immagini dell’infanzia, opere tra il reale e l’immaginato.

La mostra Non è ancora buio esposta dal 12 giugno al 4 ottobre 2025 presso CUBO (Museo d’impresa del gruppo Unipol a Bologna) è un progetto molto interessante, ce ne potrebbe parlare? Come è nata questa collaborazione con Simona Vinci?
È nata in maniera inaspettata, la direttrice Giulia Zamagni e la gallerista Angela Memola nel 2023 mi proposero la mostra. Voleva mostrare il tempo lungo della realizzazione di un’opera, che richiede meditazione, capacità artigianale, tecnica, unione del passato e del contemporaneo. La pittura ha un suo corpo, è un oggetto con una forma fisica e una intellettuale. Essere stato scelto per portare avanti questo progetto è stato un vero onore. Loro stessi hanno contattato Simona Vinci, scrittrice meravigliosa. Ci siamo riconosciuti in alcuni connotati, il tempo lento della creazione, amore e odio per la nostra pianura. Simona Vinci non ha scritto un testo critico sulle mie opere ma ha immaginato un racconto basato sulle mie opere, sulle mie opere è stato fatto un scritto inedito, un testo narrativo, praticamente un’opera su un’opera.
