Visionaria, ironica, psichedelica. La Pupazza è una delle voci più originali della scena pop art e street art contemporanea italiana. In occasione della sua partecipazione straordinaria a OPEN CALL POP ART a Torino, l’artista racconta il suo universo creativo, tra inconscio, simboli, cartoon e radici salentine.
Eleonora, il nome d’arte “la Pupazza” nasce nel 2008, quasi come una seconda nascita artistica. Da dove viene questo nome e cosa rappresenta per te — è un alter ego, una maschera, o sei davvero lei in tutto e per tutto?
La Pupazza è il nome di un fumetto che disegnai in maniera istintiva su un foglio volante: occhi neri, orecchini a cerchio spropositatamente grandi, stivaletti blu, due cornette in testa che le danno un’aria da combinaguai e la bomboletta in mano. La guardai e dissi: “Ma sono proprio io”. In quel momento nacque il nome La Pupazza, era l’unico possibile per me.

Il tuo stile è immediatamente riconoscibile: bolle cosmiche, colori esplosivi, mondi senza spigoli né grigiore. Come descrivi questo universo visivo a chi non lo conosce ancora, e da dove arriva questa visione così onirica e psichedelica?
Lo descriverei come un mondo in movimento instabile, dove tutto si trasforma e ogni oggetto vuole cambiare forma. Ciò che dipingo proviene completamente dal mio inconscio, non c’è nulla di “pensato”. Credo sia un’arte esoterica perché proviene da antiche civiltà; il mio stile lo definisco Pop Antico Egizio. Ma questo è un discorso che può comprendere solo chi crede nella reincarnazione. Potrei raccontarvi moltissimo, ma mi fermo qui per non sembrare pazza… e si sa: la Pupazza non è pazza!

Hai dipinto cabine elettriche, barriere urbane, palazzi abbandonati, bottiglie di vino e palchi musicali. Quanto cambia il tuo approccio creativo in base alla superficie e al contesto — e c’è un “supporto” che senti più tuo degli altri?
Il mio supporto preferito è la carta. Amo la consistenza dei cartoncini ruvidi, ma mi approccio nello stesso modo a qualsiasi materiale. Ho la stessa foga di dipingere anche se dovessi dipingere un bidet.
L’occhio nero dalle lunghe ciglia è il tuo simbolo: è apparso su muri, quadri, fotografie e su oltre ventimila volti di persone reali. Cosa significa quell’occhio — cosa guarda, cosa cerca, cosa vuole dire a chi lo indossa per un momento?
L’occhio lo disegno da sempre. All’inizio non capivo il perché, poi l’ho capito: è un portale che mi fa vedere mondi invisibili. La realtà tangibile è quasi impermeabile alla mia vista, invece quella invisibile la tocco con mano. Leggo le anime, anzi le smaschero. Per esempio, stamattina ho conosciuto un medico odontoiatra ma ho visto subito la sua vera anima, ho visto chiaramente da quale regno proviene. Quando gli ho detto che aveva a che fare con boschi e boschetti è saltato dalla sedia. “Come fai a sapere che amo le lunghe passeggiate nella natura?” mi ha chiesto sbalordito. Valli a spiegare del mio terzo occhio…

“Molto Sugo” è una mostra itinerante che ha girato tra Lecce, Milano e Roma, e ora stai lavorando a una serie animata. Sembra che il tuo mondo voglia uscire dai muri ed espandersi in nuovi formati. È una scelta precisa o è semplicemente la tua arte che cerca sempre nuovi spazi dove crescere?
Voler essere ovunque è un istinto feroce che non riesco a domare. La tela non mi basta, il muro non mi basta, la mostra non mi basta. L’idea del cartoon per bambini nasceva già nel momento in cui ho disegnato il fumetto La Pupazza, quindi vent’anni fa; ma soltanto oggi ho trovato la concentrazione per animarla.
Abbiamo realizzato la puntata pilota e l’abbiamo proiettata a Milano durante la mostra MOLTO SUGO. I bambini sono letteralmente impazziti, amano la casa tutta dipinta della Pupazza. Una mamma mi ha detto che sua figlia ha dipinto la parete della sua cameretta e un’altra che vorrebbe andare in gita a Bollelandia, il paese della Pupazza. È stato un sogno vedere la Pupazza vivere, muoversi con le mie stesse gestualità un po’ circensi. Lei mette l’occhio — quello di carta — sul suo occhio, dice “La Pupazza non è pazza” e il mondo si trasforma.

Sei nata a Tricase, ti sei formata a Bologna, hai conquistato Milano e le capitali europee. Quanto pesa ancora il Salento nel tuo lavoro — c’è qualcosa di quella terra, della sua luce o della sua cultura, che porti con te su ogni muro che dipingi?
Ti rispondo così. Gli animatori del cartoon sono russi: sapevano che fossi italiana ma non che fossi del sud. A un certo punto uno dei ragazzi del team mi racconta di essere stato in vacanza in Puglia e mi dice, con tono analitico: “Ma lo sai che i tuoi cactus sembrano proprio quelli della Puglia?”. Quando gli ho detto che sono nata nel Salento, tra mille piante selvagge di fico d’India, è rimasto colpito per averci visto giusto. In realtà ero più colpita io: non credevo che ci fosse così tanto Salento dentro di me.
