Con oltre sessanta opere tra dipinti, ceramiche e disegni, la mostra Esodo Pratelli. Un ritorno a casa, ospitata alle Pescherie della Rocca di Lugo dal 7 dicembre 2025 al 25 gennaio 2026, riporta nella sua città natale uno dei protagonisti più sfaccettati e colti della pittura italiana del Novecento. Curata da Elena Pontiggia e Massimiliano Fabbri, con la collaborazione di Rita Romeo e Marco Pratelli, l’esposizione offre una ricognizione ampia e rigorosa dell’intero percorso dell’artista, dagli esordi simbolisti fino alla sorprendente fase finale degli anni Cinquanta e Sessanta.
Il percorso prende avvio dai primi autoritratti del 1910 e del 1913, opere dense di influssi liberty e simbolisti, dove già affiora l’attenzione di Esodo Pratelli per la linea sinuosa e decorativa. È in questi anni che si formano le basi di una sensibilità attenta al mondo letterario e alla tradizione europea, eco di studi compiuti tra via Ripetta e Villa Medici, e nutriti dall’incontro con maestri come Klimt e Beardsley.

La stagione futurista, seppur breve, rappresenta uno dei nuclei più significativi della mostra. I bozzetti per L’Aviatore Dro, realizzati per l’opera del cugino Francesco Balilla Pratella e apprezzati da Marinetti, restituiscono un Pratelli sorprendentemente audace, capace di accendere la composizione con vortici dinamici e colori incendiati. L’artista guarda a Boccioni, ma rielabora la lezione del Futurismo con una ricercata eleganza decorativa, frutto della sua formazione romagnola e del gusto per il ritmo ornamentale.
Negli anni Venti, Esodo Pratelli aderisce al Novecento Italiano, trovando in questo ritorno all’ordine una nuova dimensione di equilibrio tra monumentalità e introspezione. Opere come Estate (1930) testimoniano il suo dialogo con Sironi e Funi, ma anche la differenza di sguardo: nelle figure solide e nelle scene domestiche si avverte una dolcezza luminosa che tempera la durezza della forma. L’affetto familiare e la dimensione privata entrano prepotentemente nelle composizioni, rendendo il suo Novecento più umano e meno eroico rispetto ai modelli coevi.
Il tema del paesaggio accompagna Esodo Pratelli per tutta la vita, assumendo forme diverse secondo le stagioni creative. Dai tetti lughesi del 1914 ai panorami rarefatti degli anni Sessanta, il paesaggio diventa il luogo della sperimentazione, dove l’artista oscilla tra costruzione rigorosa e vibrazioni di colore sempre più libere. In alcune opere mature, il dialogo con il non finito e con gli esiti più lirici della pittura del dopoguerra rivela un Esodo Pratelli aggiornato, curioso, mai chiuso in un’identità unica.
Straordinario è anche il nucleo delle nature morte degli anni Cinquanta, momento in cui Pratelli torna alla pittura dopo la lunga parentesi cinematografica. Qui, tra spaghetti, finocchi e pannocchie, si accende un’energia nuova: pennellate rapide, cromie audaci, impasti materici che dialogano con l’Informale e con il cosiddetto “ultimo naturalismo” italiano teorizzato da Arcangeli. È una pittura che sorprende per libertà e freschezza, capace di rinnovare un genere tradizionale attraverso intuizioni spiazzanti.
Arricchiscono il percorso un gruppo prezioso di ceramiche — raffinate, sinuose, di gusto libertario — e una sezione finale, ospitata nella Torre del Soccorso, dedicata ai disegni. Qui emergono tutte le anime dell’artista: la linea elegante degli anni giovanili, la sintesi monumentale dei progetti murali, la tenerezza dei ritratti, le incursioni espressioniste.

La mostra racconta un percorso non lineare ma ricchissimo, fatto di svolte, adesioni e fughe, in cui Pratelli appare sempre diverso eppure sempre riconoscibile. Un artista che attraversa Futurismo, Novecento, cinema, decorazione, paesaggio e natura morta con una coerenza sotterranea: la ricerca di una pittura capace di trasformare la realtà in un luogo poetico, intimo e mai definitivo. In questo ritorno a Lugo, la sua voce torna limpida, rinnovando il dialogo con una storia artistica ancora tutta da scoprire.
