Gaspare Traversi: il pittore che dipingeva la verità
Se c’è un nome che domina questa asta per forza evocativa e rarità, è quello di Gaspare Traversi. Pittore napoletano attivo nella prima metà del Settecento, Traversi è una figura anomala nella storia dell’arte italiana: formatosi nell’orbita di Francesco Solimena e della grande tradizione barocca partenopea, sviluppò uno stile del tutto personale, capace di mescolare la teatralità delle composizioni secentesche con una lettura quasi sociologica della realtà quotidiana.
In catalogo figurano due delle sue opere più celebri: La partita di carte e La dettatura della lettera, entrambe corredate da una ricca bibliografia e da una storia espositiva che le ha viste protagoniste delle principali mostre internazionali dedicate all’artista. Sono dipinti che non concedono nulla alla retorica: i personaggi di Traversi hanno facce vere, gesti precisi, emozioni riconoscibili. C’è qualcosa di quasi cinematografico nel modo in cui il pittore organizza la scena, nel contrasto tra chi guarda e chi è guardato, tra chi sa e chi viene ingannato. La partita di carte non è solo un pretesto compositivo: è una piccola commedia umana, tesa, ironica, crudele nella sua chiarezza psicologica. Traversi precorre in qualche modo il realismo ottocentesco — e queste due opere lo dimostrano con una forza intatta.

Il Seicento tra sacro e profano con Troppa a Luca Giordano
Intorno a Traversi si dispone una costellazione di maestri del XVII e XVIII secolo che restituisce la ricchezza e la varietà della pittura italiana di quel periodo.
Girolamo Troppa porta in catalogo la sua Santa Maria Maddalena rapita in cielo dagli angeli, opera che traduce in immagine la mistica seicentesca con una leggerezza cromatica sorprendente. L’attribuzione a Nicola Malinconico della Trasfigurazione di Cristo aggiunge un tassello alla ricostruzione di un pittore che merita ancora attenzione critica, mentre la Cleopatra di Alessandro Turchi detto l’Orbetto è un esempio raffinato di quella pittura di figura veneta che tanto influenzò la scuola romana e meridionale del Seicento.

Non va dimenticata la tela attribuita a Luca Giordano raffigurante Il sacrificio di Isacco. Giordano — soprannominato “Luca fa presto” per la sua straordinaria velocità esecutiva — è forse il pittore che meglio incarna la vitalità e la versatilità della scuola napoletana del secondo Seicento, e ogni opera a lui attribuita rappresenta un’occasione preziosa per approfondire il catalogo di un artista ancora non del tutto esplorato nella sua complessità.

Viviano Codazzi e Francesco Fieravino: la pittura come architettura e natura morta
Due nomi meno noti al grande pubblico ma di grande interesse per gli appassionati completano la sezione seicentesca: Viviano Codazzi con i suoi Capricci architettonici e Francesco Fieravino con la sua straordinaria Natura morta con cagnolino, vassoio e scrigno con tappeti e drappi.
Codazzi fu il maestro indiscusso del capriccio architettonico nella pittura italiana del Seicento: le sue rovine — colonne spezzate, archi sospesi su paesaggi immaginari, prospettive che non portano da nessuna parte — non sono semplici esercizi di stile ma riflessioni sulla caducità dell’umano costruire. Fieravino, noto anche come “il Maltese”, porta invece in catalogo tutta la lussuosa complessità delle nature morte orientaliste del XVII secolo: tappeti preziosi, stoffe damascate, oggetti esotici disposti con una cura compositiva che tradisce una sensibilità quasi astratta per texture e superfici.
Saverio Della Gatta e la Napoli che non c’è più
Tra i lavori più affascinanti del catalogo c’è il Concertino in una grotta di Posillipo di Saverio Della Gatta, pittore attivo tra fine Settecento e inizio Ottocento, autore di una serie di gouache e acquerelli che documentano con vivacità e ironia i costumi, i paesaggi e la vita popolare della Napoli del suo tempo.

La grotta di Posillipo, luogo mitico e reale insieme, era uno degli scenari preferiti della cultura partenopea di quegli anni: meta di passeggiate, concerti all’aria aperta, incontri tra diverse classi sociali. Della Gatta la dipinge con la leggerezza di chi la conosce bene, con quella capacità di cogliere il momento sospeso — la musica, la luce, le figure — che rende le sue opere documenti visivi di straordinaria vivacità. In catalogo figurano anche una coppia di acquerelli su carta dello stesso autore, a completare un piccolo nucleo di grande coerenza.
L’Ottocento napoletano: Palizzi, Gigante, Irolli, Morelli
La sezione ottocentesca è tra le più ricche e rappresentative dell’intera asta. I nomi di Giuseppe e Filippo Palizzi, Vincenzo Irolli, Attilio Pratella e Giacinto Gigante compongono il cuore della pittura paesaggistica e di genere napoletana dell’Ottocento — una tradizione che ha saputo dialogare con il naturalismo francese e con la Scuola di Barbizon senza mai perdere la propria specificità mediterranea.
Di Gigante è in catalogo la Veduta di Cava dei Tirreni, opera che esemplifica alla perfezione il metodo del pittore: luce radente, atmosfera vibrante, una topografia che diventa emozione. Diverso ma complementare è il contributo di Domenico Morelli, i cui ritratti — intensi, psicologicamente penetranti, mai compiacenti — occupano un posto a parte nella storia della pittura italiana di quel periodo.
Tra le vedute del Golfo di Napoli e della Costiera spicca la Veduta panoramica di Napoli dal mare attribuita a un raffinato pittore vedutista della Scuola napoletana di inizio Ottocento, e la suggestiva veduta dei Faraglioni di Capri firmata dall’olandese Anton Sminck van Pitloo — pittore che fu tra i fondatori della Scuola di Posillipo e che portò nella tradizione napoletana il rigore del paesaggio nordeuropeo temperato dalla luce del Sud.
La scultura: Gemito, Angelini, Frilli
Chiude il catalogo una sezione scultorea di grande dignità. Vincenzo Gemito — il più grande scultore napoletano dell’Ottocento, autodidatta geniale e tormentato — è presente con due bronzi: Carmela e Acquaiolo, due figure popolari rese con quella sintesi formale che è il segno inequivocabile della sua maturità artistica.

Di Tito Angelini è la raffinata Fanciulla che gioca con gli Astragali in marmo, soggetto neoclassico trattato con una sensibilità che guarda già al naturalismo. Di Antonio Frilli è invece una Fanciulla velata in alabastro, tipico esempio di quella scultura virtuosistica toscana di fine Ottocento che fece della trasparenza del velo il proprio marchio di fabbrica — un esercizio tecnico straordinario che continua a stupire per la sua capacità di rendere la leggerezza nella pietra.
Le opere sono in esposizione fino al 28 Maggio presso la sede di Blindarte Napoli in Via Caio Duilio 10, tutti i giorni dalle 10 alle 18.30 (esclusa domenica 24 Maggio). Catalogo completo su www.blindarte.com.
