1. La Gioconda — Leonardo da Vinci (1503-1519 ca.)
Musée du Louvre, Parigi
Iniziamo dall’ovvio, perché l’ovvio merita di essere spiegato. La Gioconda — o Monna Lisa, come la chiamano fuori dall’Italia — è il dipinto più famoso del mondo con un margine talmente ampio da renderla una categoria a sé. Olio su tavola di pioppo, 77×53 cm: dimensioni sorprendentemente piccole per un’opera di questa portata simbolica. Chi la vede al Louvre per la prima volta rimane quasi sempre colpito da quanto sia piccola, quanto lontana, quanto difficile da davvero guardare dietro il vetro antiproiettile e la folla di turisti con gli smartphone.
Leonardo cominciò a dipingerla intorno al 1503 — probabilmente su commissione di Francesco del Giocondo, mercante fiorentino, per celebrare la nascita del secondo figlio e il nuovo palazzo di famiglia. Il soggetto sarebbe dunque Lisa Gherardini, moglie del committente. Ma Leonardo non consegnò mai il dipinto: lo portò con sé in Francia, lo tenne fino alla morte, lo modificò per anni. È un ritratto che sfugge continuamente alla propria definizione.
Il sorriso — quella curva delle labbra che sembra cambiare a seconda dell’angolo da cui si guarda, dell’umore di chi guarda, della luce — è il dispositivo visivo più studiato della storia dell’arte. Leonardo usò la tecnica dello sfumato con una perfezione mai più raggiunta: i contorni non esistono, tutto si dissolve in una nebbia di velature sovrapposte. Il paesaggio alle spalle di Monna Lisa è fantastico, irreale, con i due orizzonti a quote diverse che molti studiosi leggono come un paesaggio dell’anima piuttosto che della geografia.
Fu rubata dal Louvre nel 1911 da Vincenzo Peruggia — un operaio italiano convinto che l’opera appartenesse all’Italia — e ritrovata due anni dopo. Quel furto la trasformò da capolavoro famoso in leggenda globale. La Gioconda non è più solo un dipinto: è il dipinto.
2. La Notte Stellata — Vincent van Gogh (1889)
Museum of Modern Art (MoMA), New York
Van Gogh dipinse La Notte Stellata nel giugno del 1889 nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, dove si era ricoverato volontariamente dopo la crisi che lo aveva portato a tagliarsi il lobo dell’orecchio. La dipinse di mattina, a memoria, guardando dalla finestra il paesaggio notturno che aveva osservato nelle settimane precedenti.
È un cielo che non esiste. O meglio: esiste solo nella mente di Van Gogh — un cielo dove le stelle hanno aloni vorticosi, dove la Luna irraggia spirali di luce, dove il vento è visibile come un’energia che percorre l’intera superficie della tela. Il cipresso in primo piano a sinistra — albero tradizionalmente associato alla morte nella cultura mediterranea — svetta verso il cielo come una fiamma nera. Il paesino in basso, con la sua chiesa dal campanile appuntito, è quieto, immobile, quasi addormentato. Tra il cielo in tumulto e il villaggio in pace c’è un abisso che non è geografico ma psicologico.

Van Gogh stesso non la considerava una delle sue opere migliori — preferiva altri lavori del periodo di Saint-Rémy. La Notte Stellata rimase relativamente poco nota fino al Novecento inoltrato, quando l’espressionismo astratto e poi la cultura pop la elevarono a simbolo della creatività sofferta, del genio incompreso. Oggi è l’opera più riprodotta al mondo dopo la Gioconda, e il MoMA di New York — dove è conservata dal 1941 — la utilizza come immagine simbolo della propria collezione.
3. La Ragazza con l’Orecchino di Perla — Johannes Vermeer (1665 ca.)
Mauritshuis, L’Aia
La chiamano la Gioconda del Nord. Come il capolavoro di Leonardo, La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer è un ritratto che non è un ritratto — o meglio, è un ritratto che non conosceremo mai davvero. Non sappiamo chi sia la ragazza. Non sappiamo per chi fu dipinta. Non sappiamo se l’orecchino sia davvero una perla — alcuni studi recenti suggeriscono che potrebbe essere vetro soffiato, molto più economico. Non sappiamo quasi niente.

Quello che sappiamo è che Vermeer usò per quest’opera una tecnica di straordinaria raffinatezza: la luce che colpisce il viso della ragazza da sinistra crea un modellato quasi scultoreo, mentre lo sfondo completamente nero — insolito per il pittore di Delft — fa emergere il volto come se fosse illuminato dall’interno. L’orecchino captando la luce riflette l’intera luminosità della scena in un punto solo. E poi quello sguardo: la ragazza si sta girando verso chi guarda, le labbra appena aperte, come se stesse per dire qualcosa. O come se avesse appena finito di dirlo.
Il romanzo di Tracy Chevalier del 1999 — e il film con Scarlett Johansson del 2003 — hanno trasformato questo mistero in narrativa, inventando una storia che non ha nessun fondamento storico ma che ha contribuito a portare il dipinto nell’immaginario globale. Oggi il Mauritshuis de L’Aia, piccolo museo in un palazzo del Seicento, è meta di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di visitatori all’anno, quasi tutti venuti per lei.
4. La Nascita di Venere — Sandro Botticelli (1484-1486 ca.)
Gallerie degli Uffizi, Firenze
C’è qualcosa di stranamente moderno nella Nascita di Venere di Botticelli — qualcosa che spiega perché sia rimasta, attraverso cinque secoli e rivoluzioni estetiche radicali, una delle immagini più amate e più riprodotte della storia dell’arte. Forse è la posa: quella figura femminile che emerge dal mare su una conchiglia gigante, con le mani e i capelli usati istintivamente per coprirsi, ha qualcosa di vulnerabile e di potente insieme. La dea della bellezza non è trionfante: è quasi sorpresa di esistere.

Botticelli dipinse quest’opera per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico, probabilmente destinata a una villa privata. Il soggetto — una divinità pagana nuda, in formato monumentale — era straordinariamente audace per la pittura italiana del tempo. Botticelli lo realizzò con una tecnica che non è né naturalistica né puramente simbolica: i corpi hanno una consistenza quasi di marmo levigato, i capelli e i drappeggi seguono ritmi decorativi che ricordano i bassorilievi antichi, e il vento — soffiato dai due Zefiri a sinistra — piega contemporaneamente i capelli, le onde e il mantello di fiori della Ninfa a destra con una coerenza formale di grande raffinatezza.
Il volto di Venere — identificato da alcuni studiosi con Simonetta Vespucci, la donna amata da Giuliano de’ Medici e morta giovane — è malinconico, distante, assorto. Non guarda nessuno. È già altrove.
5. L’Urlo — Edvard Munch (1893)
Nasjonalmuseet, Oslo
L’Urlo non è un grido: è la percezione di un grido. Munch lo spiegò lui stesso nel diario: stava camminando con degli amici al tramonto quando il cielo divenne improvvisamente rosso sangue, le nuvole come lingue di fuoco sopra il fiordo. I suoi amici continuarono a camminare. Lui si fermò, tremando di angoscia, e sentì un urlo infinito attraversare la natura. Non lo udì: lo sentì. Quella distinzione è tutto.
La figura in primo piano — con il viso che sembra una maschera di terrore, le mani premute sulle guance, la bocca aperta — non sta urlando. Sta cercando di proteggersi da un urlo che viene dall’esterno, dal cielo, dal mondo. Il paesaggio intorno non è sfondo: è protagonista. Le linee ondulate che percorrono cielo, acqua e terra sono le stesse che attraversano la figura, come se il confine tra l’individuo e l’ambiente fosse dissolto. È questo il contenuto più moderno dell’opera: non l’angoscia esistenziale in sé, ma la permeabilità tra dentro e fuori, tra soggetto e mondo.
Munch realizzò quattro versioni dell’Urlo — due pastelli e due tempere. Una di esse fu venduta nel 2012 da Sotheby’s per 120 milioni di dollari, prezzo record per un’opera d’arte all’epoca. La versione più nota è conservata al Nasjonalmuseet di Oslo, inaugurato nel 2022. Ed è diventata, nell’era dei social, uno dei soggetti di meme più utilizzati al mondo — il che dice qualcosa sulla permanenza dell’angoscia come condizione universale.
6. Las Meninas — Diego Velázquez (1656)
Museo Nacional del Prado, Madrid
Las Meninas è il dipinto che i pittori amano di più — e il più difficile da spiegare a chi non dipinge. Il titolo significa “Le damigelle d’onore”, ed è una scena di corte apparentemente semplice: l’Infanta Margherita Teresa di Spagna, figlia di Filippo IV, è al centro della scena, circondata dalle sue damigelle, da un buffone di corte e da un grosso cane. Ma a sinistra, grande e scuro, c’è Velázquez stesso, con la tavolozza in mano, davanti a una tela enorme di cui vediamo solo il retro. E in fondo, in uno specchio appeso alla parete, si riflettono i visi del re e della regina — i soggetti presumibilmente di quel dipinto che stiamo guardando, ma che non possiamo vedere.

Chi sta guardando chi? Velázquez guarda i sovrani per ritrattarli. I sovrani guardano Velázquez. L’Infanta guarda fuori dalla tela — verso di noi, verso lo spazio che occupiamo davanti al dipinto. E noi guardiamo tutto, occupando lo stesso punto nello spazio dove dovrebbero stare il re e la regina. Las Meninas è il primo dipinto della storia che pone il problema dello sguardo in modo esplicito e irrisolvibile: chi guarda, chi è guardato, chi dipinge, chi è dipinto. Michel Foucault aprì Le parole e le cose con un’analisi di quest’opera che occupò venti pagine e non esaurì il problema. Picasso la reinterpretò in cinquantasei variazioni. È il dipinto più studiato della storia dell’arte. E ancora non abbiamo finito.
7. Il Bacio — Gustav Klimt (1907-1908)
Belvedere, Vienna
Klimt dipinse Il Bacio nella fase più matura del suo Periodo d’Oro — quegli anni in cui usava foglie d’oro zecchino applicato direttamente sulla superficie pittorica, creando effetti di lusso e bidimensionalità che sembrano icone bizantine rilette dalla Secessione viennese. Due figure si abbracciano in un prato fiorito ai margini di un precipizio: l’uomo china il viso verso il collo della donna, che tiene gli occhi chiusi in un’espressione che è insieme abbandono e beatitudine. I loro corpi sono avvolti in una veste unica, decorata con motivi geometrici diversi per ciascuno — cerchi per lei, rettangoli per lui — che li distingue e li unisce simultaneamente.
Il precipizio su cui poggiano le ginocchia della donna ha qualcosa di inquietante che spesso viene ignorato. Il Bacio non è solo un’immagine romantica: è un’immagine sull’orlo. L’amore come vertigine, come perdita dell’equilibrio, come scelta di cadere. L’oro non è lusso decorativo: è eternità. Klimt ferma questo istante — questo bacio, questa donna ad occhi chiusi, questo precipizio — nell’unico materiale che non si ossida, non sbiadisce, non muore.
Il Bacio è oggi l’opera più riprodotta dell’arte della Secessione viennese e una delle più vendute in assoluto nel merchandising museale mondiale. Il Belvedere di Vienna la conserva come suo simbolo istituzionale. Ma la sua fortuna non è solo estetica: è che Klimt ha dipinto qualcosa di universalmente riconoscibile, qualcosa che chiunque ha vissuto o vuole vivere.
8. La Creazione di Adamo — Michelangelo (1508-1512)
Cappella Sistina, Città del Vaticano
Tecnicamente non è un quadro: è un affresco, parte del ciclo monumentale che Michelangelo dipinse sulla volta della Cappella Sistina tra il 1508 e il 1512 — quattro anni sdraiato su un’impalcatura, con il colore che colava sul viso. Ma è impossibile non includerla in questa lista, perché La creazione di Adamo è forse l’immagine più iconica mai concepita dall’uomo occidentale, e certamente la più parodiata, citata e reinterpretata della storia.
Il gesto è tutto: il dito di Dio che si tende verso il dito di Adamo, con quella frazione di spazio tra le dita che non si toccano ancora. Non un contatto, ma la tensione verso il contatto. Non la creazione compiuta, ma l’istante che la precede — lo stesso istante sospeso che Delacroix sceglierà nella Libertà, che Van Gogh inseguirà nei suoi cieli. Michelangelo capisce che la potenza dell’immagine sta nel prima, non nel dopo.
La figura di Adamo — sdraiata sulla roccia, mollemente appoggiata, con quel corpo di atleta antico che sembra uscito da un sarcofago romano — non è ancora completamente sveglia. È sulla soglia. Dio invece è in movimento, circondato da angeli che formano attorno a lui una forma che molti hanno interpretato come la sezione di un cervello umano: la creazione come atto della mente, non della magia.
9. La Persistenza della Memoria — Salvador Dalí (1931)
Museum of Modern Art (MoMA), New York
Un paesaggio desertico. Una scogliera sullo sfondo. Tre orologi che colano come formaggio fuso su un tavolo, su un tronco, sul bordo di una forma indefinita che potrebbe essere un volto o un embrione. Il quarto orologio — chiuso, rigido — è coperto di formiche. La persistenza della memoria misura appena 24×33 centimetri: è più piccola di un foglio A4. È anche uno dei dipinti più discussi del Novecento.
Dalí disse di averla dipinta in due ore, partendo dall’immagine di un formaggino Camembert che si scioglieva al sole. Che sia vero o meno, la storia dice qualcosa sulla sua poetica: il Surrealismo parte dalle immagini banali del quotidiano — il cibo, il sonno, il corpo — e le deforma fino a rivelare il perturbante che vi si nasconde. Gli orologi che colano non sono metafore astratte del tempo che passa: sono oggetti reali e impossibili, che il cervello cerca di riconciliare con l’esperienza senza riuscirci. Questa dissonanza cognitiva — questa sensazione di guardare qualcosa di familiare e completamente sbagliato — è il meccanismo del sogno. E del Surrealismo.
Il paesaggio è reale: è la Costa Brava catalana, il Cap de Creus, che Dalí conosceva dall’infanzia. Quella familiarità geografica rende ancora più straniante la scena. Non siamo in un altro mondo: siamo nel nostro mondo, con gli orologi che colano.
10. La Libertà che Guida il Popolo — Eugène Delacroix (1830)
Musée du Louvre, Parigi
Chiudiamo con l’opera che più di tutte ha dimostrato che la pittura può fare politica — e forse cambiare la storia. La libertà che guida il popolo nasce dalle Trois Glorieuses del luglio 1830, i tre giorni di insurrezione che abbatterono Carlo X. Delacroix non combatté sulle barricate: guardò, sentì, dipinse. Olio su tela, 260×325 cm — una scala monumentale che fa sì che le figure siano a misura d’uomo.

Al centro della scena, più alta di tutti, una donna avanza a seno nudo con la bandiera tricolore in una mano e un fucile nell’altra. Ai suoi piedi, i morti. Dietro di lei, gli insorti. È Marianna — l’allegoria della Repubblica francese, la libertà fatta carne, la rivoluzione come figura femminile che non sfugge alla realtà del sangue.
Il governo di Luigi Filippo la acquistò e la ritirò quasi subito: era troppo pericolosa. Non perché celebrasse una rivoluzione passata, ma perché sembrava promettere che ce ne sarebbe stata un’altra. Tornò alla luce nel 1848 — un’altra rivoluzione. E nel 1871 — la Comune di Parigi. Il dipinto sembrava anticipare la storia. Oggi è al Louvre, dietro un vetro, accanto alla Gioconda — due icone distanti trecento anni che condividono lo stesso museo e lo stesso tipo di fama: quella delle immagini che sanno qualcosa che noi abbiamo dimenticato.
Dove vedere questi capolavori
Musée du Louvre, Parigi → La Gioconda, La Libertà che guida il popolo
MoMA, New York → La Notte Stellata, La Persistenza della Memoria
Mauritshuis, L’Aia → La Ragazza con l’Orecchino di Perla
Gallerie degli Uffizi, Firenze → La Nascita di Venere
Nasjonalmuseet, Oslo → L’Urlo
Museo Nacional del Prado, Madrid → Las Meninas
Belvedere, Vienna → Il Bacio
Cappella Sistina, Città del Vaticano → La Creazione di Adamo
Questi dieci dipinti non sono i “migliori” della storia dell’arte — una classifica del genere non ha senso. Sono quelli che, per ragioni diverse e spesso imprevedibili, sono diventati parte dell’immaginario collettivo dell’umanità. Guardarli davvero, uno per uno, è uno dei modi migliori per capire non solo la storia dell’arte, ma la storia di noi stessi.
