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    Home»Fiere Arte»Fondazione Furla presenta Chalisée Naamani. Wardrobe. L’arte di abitare il corpo e custodire il gesto
    fondazione furla
    Photo credits: Chalisée Naamani, Bunch of Flowers, 2025. Courtesy the Artist and Ciaccia Levi, Paris–Milan. Photo: Aurélien Mole
    Fiere Arte

    Fondazione Furla presenta Chalisée Naamani. Wardrobe. L’arte di abitare il corpo e custodire il gesto

    RedazioneBy RedazioneGennaio 29, 2026Nessun commento4 Mins Read
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    Dal 5 all’8 febbraio 2026, in occasione di Arte Fiera, il Padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna diventa teatro di Wardrobe, opera inedita di Chalisée Naamani, presentata nell’ambito del programma di azioni dal vivo promosso da Arte Fiera e Fondazione Furla e curato da Bruna Roccasalva. Un progetto che intreccia performance, installazione e scultura, trasformando uno degli edifici-manifesto del Modernismo in uno spazio abitato da gesti quotidiani, silenzi e presenze trattenute.

    Nata in Francia nel 1995 e attiva tra Parigi e il contesto internazionale, Chalisée Naamani sviluppa una ricerca che indaga il rapporto tra corpo, identità e rappresentazione nella cultura visiva contemporanea. Pittura, scultura, moda e tecnologia convivono nel suo lavoro attraverso l’uso di materiali di recupero e tessuti stampati con immagini provenienti da un archivio personale in costante evoluzione. Le sue opere prendono spesso la forma di vêtements-images: abiti concepiti come superfici pittoriche o scultoree, mai destinati a essere indossati, ma pensati come archivi sensibili del corpo.

    Con Wardrobe (2026), Naamani spinge ulteriormente questa riflessione, progettando un intervento site-specific in dialogo diretto con il Padiglione de l’Esprit Nouveau, iconico prototipo della machine à habiter teorizzata da Le Corbusier. L’edificio viene trasformato in un grande guardaroba, uno spazio di custodia e conservazione in cui il gesto domestico diventa dispositivo critico. Il termine stesso wardrobe racchiude questa ambivalenza: derivato dal francese garde-robe, rimanda tanto all’indumento quanto all’atto di custodire. Da qui prende forma un’indagine sui concetti di abito, abitacolo e abitudine, e su come il corpo, il suo rifugio e la ripetizione dei gesti contribuiscano a costruire il nostro modo di essere nel mondo.

    Un binario per appendiabiti attraversa longitudinalmente il padiglione, tracciando una linea che dialoga con le geometrie pure dell’architettura modernista. Il percorso conduce a una stanza finale, dove una serie di copriabiti monocromi, identici e ordinatamente sospesi, incornicia l’azione performativa. Per la prima volta, i capi colorati e iconografici tipici del lavoro di Naamani lasciano spazio alle loro custodie. I tessuti si spogliano di immagini e narrazioni esplicite, lasciando emergere la materialità del tweed: una superficie apparentemente neutra, ma carica di riferimenti storici legati alla classe sociale, alla durata, alla protezione.

    Il copriabito diventa così una seconda pelle, un’interfaccia che amplifica l’idea di custodia e contenimento, ponendosi come punto di incontro tra corpo e architettura. Ma, come spesso accade nel lavoro dell’artista, i significati restano aperti e stratificati. In filigrana, l’installazione risuona con i drammatici eventi in corso in Iran, Paese d’origine della famiglia di Naamani: quei corpi custoditi e invisibili evocano, silenziosamente, immagini di repressione, assenza e commemorazione, trasformando il candore dei copriabiti in un gesto politico sottile ma potente.

    Al centro di questo palcoscenico domestico, l’artista è coinvolta in un’azione performativa semplice e reiterata: stirare. Un gesto che richiama cura, attenzione e dedizione, ma che allo stesso tempo rimanda alla ripetizione meccanica e all’alienazione del lavoro domestico. Inserito nel contesto del Padiglione, l’atto di stirare dialoga direttamente con l’idea modernista della casa come macchina efficiente. Se l’abitazione è un organismo razionale, il corpo ne diventa parte integrante, chiamato a operare secondo logiche funzionali.

    Eppure, è proprio attraverso questa azione minima che emerge la dimensione affettiva dell’abitare. La ripetizione non è solo automatismo, ma pratica che ridefinisce lo spazio, lo carica di senso, lo rende vivo. In Wardrobe, Naamani utilizza il gesto quotidiano come strumento di resistenza poetica, rivelando come il corpo non si limiti ad adattarsi ai sistemi spaziali e funzionali, ma li negozi continuamente.

    Tra architettura, abito e performance, Wardrobe si configura come un’opera sospesa tra intimità e struttura, memoria e presenza. Un intervento che invita a rallentare, osservare e abitare consapevolmente lo spazio — e il corpo — come luoghi di stratificazione, cura e possibilità.

    Emilia Romagna
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