Prima di essere uno dei registi più influenti e radicali della storia del cinema contemporaneo, David Lynch è stato – e non ha mai smesso di essere – un pittore. La sua opera visiva non rappresenta un capitolo marginale o accessorio rispetto al cinema, ma costituisce piuttosto il nucleo originario del suo immaginario, il luogo in cui si sono formate le ossessioni, le atmosfere e le visioni che avrebbero poi trovato movimento sullo schermo.
Nel gennaio 2026, a un anno dalla scomparsa dell’artista, la Pace Gallery di Berlino, nel suo spazio di Schöneberg, dedica a Lynch una mostra personale che riporta al centro proprio questa dimensione fondativa. L’esposizione, visitabile dal 29 gennaio al 22 marzo 2026, riunisce dipinti, acquerelli, sculture, fotografie e cortometraggi realizzati tra il 1999 e il 2022, offrendo uno sguardo ampio e stratificato sulla sua pratica artistica al di là del cinema.
La pittura come origine del cinema
Formatosi tra la School of the Museum of Fine Arts di Boston e la Pennsylvania Academy of the Fine Arts di Filadelfia, Lynch ha sempre dichiarato di pensare per immagini prima ancora che per narrazione. È proprio negli anni della formazione pittorica che concepisce la sua prima “pittura in movimento”, Six Men Getting Sick (Six Times) (1967), una composizione visiva animata da una proiezione che segna il passaggio dalla superficie statica alla dimensione temporale. Da quel momento in poi, pittura e cinema non smetteranno più di dialogare.
Le sue opere pittoriche sono popolate da figure deformate, corpi vulnerabili, ambienti claustrofobici, spesso realizzati con materiali grezzi e stratificazioni dense. Il gesto pittorico è violento, materico, carico di tensione emotiva. Come nel cinema, anche sulla tela Lynch esplora il confine instabile tra normalità e abisso, tra il quotidiano e il perturbante. È un’arte che non racconta storie lineari, ma mette in scena stati mentali, visioni interiori, frammenti di subconscio.

Berlino come paesaggio mentale
La mostra alla Pace Gallery dedica particolare attenzione al rapporto tra Lynch e Berlino, una città che l’artista ha frequentato e fotografato a lungo. In esposizione figurano alcune fotografie scattate nel 1999, che ritraggono siti industriali abbandonati, fabbriche dismesse, architetture silenziose immerse in una luce fredda e sospesa. Non si tratta di semplici documentazioni urbane, ma di veri e propri ritratti psicologici della città, in cui il paesaggio industriale diventa metafora di stati interiori.
Accanto alle fotografie, dipinti e acquerelli dialogano con la dimensione urbana berlinese, evocando atmosfere di isolamento, attesa e inquietudine. Berlino emerge così come un personaggio lynchiano, un luogo mentale prima ancora che geografico, perfettamente in sintonia con il suo universo visivo.
Il DNA lynchiano: corpo, materia, sogno
Il percorso espositivo mette in evidenza i tratti distintivi di quella che potremmo definire una vera e propria poetica pittorica lynchiana. I dipinti e gli acquerelli, dominati da rossi intensi, neri profondi e colori acidi, oscillano tra figurazione e astrazione, tra riconoscibilità e dissoluzione. Le sculture, realizzate in materiali come acciaio, resina, plexiglass, intonaco e legno, amplificano il senso di precarietà e tensione fisica, estendendo nello spazio le inquietudini già presenti sulla superficie pittorica.
In tutte le opere, il corpo umano è centrale: fragile, esposto, spesso frammentato o fuso con l’ambiente. È il luogo in cui si manifesta il conflitto tra interno ed esterno, tra identità e mondo. Un tema che attraversa tutta la produzione di Lynch e che trova nella pittura una forma diretta, non mediata dal racconto cinematografico.
Un preludio alla grande retrospettiva
La mostra berlinese si inserisce in un progetto più ampio: fungerà infatti da preludio alla grande retrospettiva dedicata all’intera opera di David Lynch, prevista per l’autunno 2026 presso la Pace Gallery di Los Angeles. Dopo il debutto dell’artista con la galleria nel 2022, con la mostra Big Bongo Night a New York, Pace conferma così il ruolo centrale di Lynch non solo come regista, ma come artista visivo a tutto tondo. In un momento storico in cui il suo cinema è ormai pienamente canonizzato, la mostra di Berlino invita a tornare alle origini, là dove tutto ha avuto inizio: davanti a una tela, a un corpo dipinto, a un’immagine che non chiede di essere spiegata, ma vissuta. Perché, come insegna Lynch, è spesso nella pittura che il sogno prende forma prima di muoversi.
