L’unica fonte di ispirazione per Oscar-Claude Monet dalla fine degli anni novanta dell’ottocento al 1926, anno della morte, furono le ninfee, che coltivava personalmente nel giardino acquatico della sua residenza di Ginerny in Normandia, dove si era stabilito nel 1890. Dipinse oltre trecento opere con questo soggetto, spesso di grandi dimensioni, in una ricerca senza fine. Il metodo utilizzato dal pittore era molto semplice ma funzionale: durante l’autunno-inverno lavorava in studio e in primavera-estate faceva ricerche e schizzi all’aperto. Ad esempio, nel 1902 Monet ha realizzato una serie di quarantotto Paesaggi d’acqua che rappresentano tutti lo stesso angolo della sua “oasi”.

Le Ninfee sono state oggetto di due esposizioni presso la galleria Durand-Ruel, una nel 1900 e l’altra nel 1909, è in quel periodo che Monet sogna un’opera senza precedenti, le grandi Ninfee. Se il titolo Lo stagno delle ninfee (1917-1919)porta lo spettatore di fronte ad un soggetto definito: il fiore bianco che cresce sulle foglie piatte e circolari sulla superficie dell’acqua di uno stagno, le tele che ha realizzato successivamente (le grandi Ninfee) rappresentano invece forme luminose e colorate, senza linea d’orizzonte, spaziando così dalla terra all’acqua al cielo. I colori, frutto della straordinaria tavolozza di Claude, si mischiano con una libertà che illude l’occhio in un gioco sottile e raffinato di riflessi.
Interrotto da un malattia agli occhi, Monet tuttavia non si arrende, nel 1914 fece costruire un terzo atelier a Ginevry che sarà pronto nel 1916. Fa allora sistemare delle tele su telai lunghi oltre quattro metri e alti due, che possono essere spostate su cavalletti mobili, disponendo queste tele in ovale attorno all’atelier. Monet dipinge queste grandi tele basandosi su schizzi e sulla memoria, lavorandoci senza sosta. L’8 febbraio 1916 Claude scrive a J. P. Hoschedè: “Sono così preso dal mio lavoro assatanato, che non appena mi alzo filo nel mio grande atelier. Ne esco per pranzare, e poi ci ritorno fino alla fine della giornata.”.

Sulla scelta del soggetto, le ninfee, una frase dello stesso Monet fa attribuire indirettamente alla guerra il merito della creazione artistica, che sembra per il pittore sia una potente distrazione dalle preoccupazioni del momento:
Ho un lavoro che, in fin dei conti, è il miglior mezzo per dimenticare un po’.
Alla fine della prima guerra mondiale, il giorno successivo all’armistizio dell’11 novembre 1918, Monet fece dono allo stato delle sue “decorazioni”, ma le terminerà solo nel 1926. Monet continuò a rielaborarle costantemente e perfino distruggendone qualcuna, in un perenne stato di insoddisfazione e senso di incompiutezza delle sue grandi tele.

La sua libertà pittorica andò sempre accentuandosi col passare del tempo fino a rendere quasi irriconoscibile il tema dipinto nelle sue opere. Monet non giunse mai a liberarsi consapevolmente del soggetto, a superare cioè la necessità di rappresentare qualcosa di oggettivo, tuttavia attraverso la dedizione esclusiva al colore si liberò a tal punto di questa convenzione pittorica da anticipare gli esiti di molta pittura astratta del XX secolo.
Negli ultimi anni della sua vita la vista continuava a peggiorare, come afferma lo stesso pittore in una lettera:
I colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti della luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano ad essere fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo assolutamente a captare i toni intermedi o quelli più profondi. Le forme, quelle le riconoscevo ancora e vederle con la stessa chiarezza e a disegnarle con la stessa precisione.
ma egli produsse opere straordinarie come le Ninfee esposte al Museè Marmottan. Queste opere mostrano quanto il pittore si sia spinto in avanti a una pittura “informale”, definito dalla critica come un profeta involontario della generazione del secondo dopoguerra.

