Un artista schivo, appartato, fuori dalle mode e tuttavia profondamente immerso nelle tensioni culturali del suo tempo. A oltre un secolo dalla sua maturità artistica e quasi settant’anni dopo la morte, Carlo Adolfo Schlatter torna protagonista a Firenze con una grande mostra monografica allestita nelle Sale Fabiani di Palazzo Medici Riccardi dal 27 novembre 2025 al 22 febbraio 2026. Promossa dalla Città Metropolitana di Firenze e organizzata da Fondazione MUS.E, l’esposizione – curata da Anna Mazzanti con il coordinamento scientifico di Valentina Zucchi – restituisce la complessità di un autore che ha saputo coniugare pittura, scrittura, filosofia e teosofia in un linguaggio unico e personale.

Schlatter, nato nel 1873 e formato all’Accademia di Belle Arti con maestri come Ciaranfi e Ussi, attraversa il primo Novecento guidato da un’intensa ricerca interiore. Il suo percorso prende avvio da un naturalismo intriso di suggestioni macchiaiole, ma ben presto l’adesione alla teosofia – alla fine dell’Ottocento – spalanca nuovi orizzonti: l’arte diventa strumento di meditazione, le immagini si fanno veicoli di istanze metafisiche, la pittura diviene luogo di incontro fra visibile e invisibile. È questo il filo conduttore che guida un’esposizione articolata in sette sezioni, pensate come tappe di un viaggio spirituale.
Il percorso si apre con i ritratti degli affetti più intimi: l’autoritratto trentenne e il volto della moglie Emma Moni, presenza centrale nella vita dell’artista. Dopo la sua scomparsa, la pratica teosofica diventa per Schlatter un mezzo per elaborare il lutto e cercare un contatto con l’“anima amata”, cui molte opere simboliche alludono. Seguono le sale dedicate ai Paesaggi e alle Marine, in cui la natura si trasfigura in allegoria spirituale: il paesaggio come riflesso dell’anima, il mare come movimento di coscienza, soglia fra materia e spirito.
La sezione dedicata ai Contrasti porta in primo piano una tavolozza accesa, in costante dialogo con le teorie cromatiche simboliste e teosofiche. I colori caldi evocano la conoscenza e l’energia superiore; i toni freddi rimandano all’enigma cosmico e all’infinito. Nel nucleo sul Simbolismo, il linguaggio dell’artista raggiunge la sua piena maturità mistica: forme, luci e ombre diventano vibrazioni dello spirito, eco delle speculazioni sulla dimensione ultramondana che attraversavano la cultura europea fra Otto e Novecento.

Una parte importante della mostra è dedicata ai libri e ai manoscritti teosofici dell’artista, in gran parte realizzati a mano e arricchiti da xilografie e “monolinotipie”: opere ibride, a metà fra libro d’artista e oggetto rituale, in cui parola e immagine si fondono in esercizi di contemplazione. Scrittura e pittura, per Schlatter, sono due aspetti di un’unica esigenza: rappresentare l’invisibile, dare forma all’energia spirituale.
La conclusione del percorso è affidata a due ambienti suggestivi: la ricostruzione dell’atelier in Viale dei Mille, evocata attraverso una fotografia storica e alcuni arredi originali, e una videoinstallazione in cui l’attore Amerigo Fontani interpreta il Testamento spirituale dell’artista, un messaggio di luce e rinascita rivolto “a un altro uomo”, come ricordato dagli eredi.
Accanto alla mostra principale, l’Archivio Contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux presenta una selezione di documenti dal Fondo Schlatter: fotografie, menabò, schizzi e il testamento originale, offrendo uno sguardo ravvicinato sul laboratorio intellettuale dell’artista.
L’esposizione restituisce così la profondità di un autore che ha attraversato culture, filosofie e religioni per cercare nell’arte non un semplice linguaggio estetico, ma una via per comprendere il mistero dell’esistenza. Un viaggio nello spirito, ancora sorprendentemente attuale.
