9 maggio 2026 — La Serenissima torna ad essere il centro del mondo dell’arte contemporanea
Si è alzato ieri il sipario sulla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, e la città lagunare ha risposto come sa fare soltanto lei: con quella miscela unica di storia, acqua e tensione creativa che non ha eguali al mondo. Intitolata In Minor Keys — “In tono minore” — l’edizione di quest’anno propone una riflessione sul sottovoce, sull’essenziale, su ciò che spesso resta ai margini del grande racconto ufficiale dell’arte. Un titolo volutamente obliquo, che suggerisce ascolto più che spettacolo, e che nel corso delle prossime settimane troverà declinazioni sorprendenti nelle opere di oltre centodieci artisti provenienti da ogni angolo del pianeta.
L’apertura al pubblico di ieri, 9 maggio 2026, ha segnato l’inizio di una kermesse che ogni due anni ridisegna le coordinate del contemporaneo. Giardini e Arsenale si sono trasformati in un palcoscenico globale, affollato sin dal mattino da critici, curatori, collezionisti e semplici appassionati d’arte giunti da tutto il mondo. Le code ai vaporetti, i capannelli sotto i portici, le conversazioni accese nei caffè: Venezia in questi giorni ritrova una sua vitalità straordinaria, diversa da quella del turismo di massa, più nervosa e intellettualmente vivace.
La lista degli artisti invitati è essa stessa un manifesto. Centodieci nomi — o quasi, contando i collettivi — che disegnano una mappa del mondo lontana dai soliti centri di potere culturale. Africa, America Latina, Asia del Sud, Medio Oriente, Caraibi: le geografie di questa edizione sono quelle di chi ha a lungo parlato a mezza voce, appunto, e che ora occupa con pieno diritto gli spazi più prestigiosi dell’arte internazionale. Nomi consolidati si affiancano a presenze meno note al grande pubblico europeo, in un dialogo che è esso stesso uno statement curatoriale preciso.
Tra gli artisti più attesi, Laurie Anderson — storica figura della scena newyorchese, nata a Chicago nel 1947 — porta a Venezia il suo universo di suono, narrazione e performance. Kader Attia, francese di nascita ma berlinese d’adozione, continua la sua ricerca profonda sui traumi coloniali e sulla riparazione culturale. Wangechi Mutu, kenyana trapiantata tra Nairobi e New York, offre il suo sguardo potente sull’identità femminile e postcoloniale. E ancora Carsten Höller, il belga che vive tra Stoccolma, il Ghana e la Toscana — quasi un emblema vivente di questa biennale senza confini fissi — con le sue installazioni capaci di trasformare l’esperienza percettiva dello spettatore.
Non mancano i collettivi, anzi sono una delle cifre stilistiche di questa edizione. arms ache avid aeon riunisce intorno a sé artiste come Zoe Leonard e Joy Episalla, con una presenza che è anche omaggio postumo a Nancy Brooks Brody, scomparsa nel 2023. blaxTARLINES KUMASI, fondato a Kumasi in Ghana nel 2015, porta la vivacità della scena artistica dell’Africa occidentale. Il Nairobi Contemporary Art Institute rappresenta invece una realtà istituzionale emergente del continente africano, mentre lugar a dudas, fondato a Cali in Colombia nel 2004, incarna quella tradizione latinoamericana di spazi indipendenti che fanno della mediazione culturale la loro ragione d’essere.
Presente anche il Padiglione delle Arti Applicate, risultato di un progetto speciale in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, dove Gala Porras-Kim — colombiana, classe 1984, con base tra Los Angeles e Londra — partecipa fuori concorso con un lavoro che esplora il rapporto tra patrimonio, archivi e memoria collettiva.
La Biennale di Venezia ha sempre avuto il merito, e talvolta il coraggio, di dare visibilità a pratiche artistiche che il mercato e le grandi istituzioni faticano ancora ad assorbire. Quest’anno, il titolo In Minor Keys sembra voler rivendicare proprio questo: che il tono minore non è sinonimo di minor valore, ma spesso di maggiore profondità. Le tonalità minori nella musica evocano malinconia, complessità emotiva, sfumature che le tonalità maggiori non riescono a contenere. Trasportato nell’arte, questo concetto diventa un invito a rallentare, a guardare dove non si guarda di solito, ad ascoltare le voci che il rumore di fondo della contemporaneità tende a coprire.
Venezia, con la sua luce particolare, i suoi riflessi sull’acqua, il ritmo lento imposto dai canali, sembra il luogo naturale per una simile riflessione. E anche ieri, mentre le prime file di visitatori attraversavano i cancelli dei Giardini, c’era nell’aria quella sensazione rara e preziosa che l’arte possa ancora sorprendere, disturbare, commuovere. Fino a novembre la città sarà attraversata da questa corrente. Il mondo dell’arte ha di nuovo trovato il suo centro — e, almeno per qualche mese, il suo cuore batte in tono minore, sul Canal Grande.
