Regista, fotografo, pittore. Samuele Alfani è uno di quegli artisti che non si lasciano definire da un solo linguaggio, e probabilmente è proprio questa la sua cifra più autentica. Dopo l’apertura di Bagasseria — lo studio-galleria di Via dell’Agnolo che si propone come luogo di promiscuità artistica — lo incontriamo per parlare di come i suoi mondi continuano a dialogare, di cosa significa tenere un’opera in vita e di Bau Bau Baby, la mostra che mette al centro la presenza di un’assenza.
Il suo percorso attraversa fotografia, regia e pittura: in che modo questi linguaggi continuano a dialogare nel suo lavoro pittorico?
Non ho mai vissuto questi linguaggi come compartimenti separati. La fotografia mi ha insegnato a osservare e a costruire l’inquadratura, la regia a pensare in termini di tempo e narrazione, mentre la pittura è diventata il luogo in cui tutto questo si stratifica. Oggi il mio lavoro pittorico assorbe questi elementi: ci sono immagini che sembrano fermare un frame, ma allo stesso tempo suggeriscono un prima e un dopo. La pittura diventa quindi una superficie in cui convivono memoria, montaggio e gesto.

Nel progetto Bagasseria sembra esserci una volontà di rompere con certe logiche del sistema dell’arte: quali dinamiche sente più urgenti da mettere in discussione?
Più che una rottura dichiarata, direi che Bagasseria nasce come una necessità. Sento urgente mettere in discussione la rigidità dei ruoli e la distanza tra chi produce e chi fruisce. Spesso il sistema dell’arte tende a cristallizzare i processi, a renderli oggetti finiti e commerciabili. A me interessa invece riaprire quello spazio, riportarlo a una dimensione più viva, instabile, anche contraddittoria. Bagasseria è un tentativo di creare un luogo dove l’errore, il dubbio e il cambiamento abbiano lo stesso valore del risultato finale.
Parla spesso di processo più che di risultato: cosa significa, per lei, lasciare un’opera “aperta” e in continua trasformazione?
Lasciare un’opera aperta significa accettare che non esista un punto definitivo di arrivo. È un modo per sottrarsi all’idea di perfezione e per mantenere il lavoro in uno stato di possibilità. Questo non vuol dire che l’opera sia incompleta, ma che resta permeabile: al tempo, allo sguardo degli altri, alle condizioni in cui viene esposta. In questo senso, ogni esposizione è una nuova versione dell’opera, non una replica.
Nel suo lavoro sembra emergere una tensione tra continuità e cambiamento: questo nuovo capitolo nasce da un’esigenza di trasformazione o da una rilettura di ciò che ha già costruito?
Credo che le due cose coincidano. Ogni trasformazione reale nasce sempre da una rilettura profonda di ciò che si è già fatto. Non sento di aver chiuso un capitolo per aprirne un altro, ma piuttosto di aver spostato il punto di vista. Ci sono elementi che ritornano, ma cambiano funzione, contesto, significato. È una continuità che si muove, non una ripetizione.

Che tipo di relazione immagina tra pubblico e artista all’interno di Bagasseria? Spettatori, partecipanti attivi o qualcosa di completamente diverso?
Immagino una relazione meno definita, meno gerarchica. Non mi interessa tanto trasformare il pubblico in “partecipante attivo” in senso didascalico, quanto creare le condizioni perché ciascuno possa trovare il proprio modo di stare nello spazio. Può essere osservazione, attraversamento, dialogo o anche distanza. Bagasseria, per come la penso, è uno spazio che non impone un ruolo ma lo mette in discussione.
Bau Bau Baby
La mostra nasce come omaggio a un soggetto molto intimo e affettivo: in che modo avete trasformato il ricordo personale in un linguaggio espositivo condiviso?
Il punto di partenza è stato proprio evitare la chiusura del ricordo in una dimensione privata. Abbiamo lavorato per sottrazione, cercando immagini, segni e situazioni che non fossero illustrativi ma evocativi. L’idea era che quell’affetto potesse diventare una forma aperta, riconoscibile anche da chi non conosce la storia. In questo senso, il passaggio è stato dal racconto al clima: non spiegare, ma far sentire.
Bau Bau Baby mette al centro la presenza di un’assenza: come si costruisce un percorso curatoriale attorno a una figura che non è più fisicamente presente, ma continua a generare immaginario?
Si costruisce lavorando proprio su quella soglia tra presenza e assenza. Non abbiamo mai cercato di “riempire” il vuoto, ma di renderlo percepibile. Le opere, lo spazio, i silenzi — tutto contribuisce a creare una tensione che non si risolve. In questo senso, la figura assente diventa quasi una forza che organizza il percorso, più che un soggetto da rappresentare. È qualcosa che non si vede direttamente, ma che continua ad agire.
