“Ma che bel lavoro che fa!”
Me lo sento dire spesso, e ogni volta sorrido.
Sì, è vero: è un lavoro bellissimo.
Ma dietro a ogni mostra perfettamente allestita c’è un mondo che il pubblico non immagina.
E non è fatto solo di cataloghi eleganti e inaugurazioni con i calici in mano. È fatto di pacchi, dogane, email notturne e, soprattutto, di una quantità sorprendente di fatica fisica.
Le collettive sono le più impegnative. Arrivano opere da ogni parte del mondo, ognuna con il suo carattere e la sua storia, e tutte pretendono attenzioni.
Ci sono corrieri fidati che ti salvano la vita, e altri che ti fanno sfiorare la crisi di nervi.
Le opere viaggiano, si perdono, si ritrovano; a volte arrivano all’ultimo minuto — e tu intanto stai già immaginando la disposizione, come un direttore d’orchestra che ancora non ha visto tutti i musicisti.
Poi comincia la parte creativa (e più nevrotica): l’allestimento.
Hai fatto la selezione, conosci le opere, ma quando le vedi dal vivo qualcosa cambia sempre. Ti chiedi: “Lavoriamo per cromatismo o per tema? Metto le grandi insieme o rischio che si mangino le piccole?”
Perché sì, un quadro grande può fagocitare un piccolo, e non c’è niente di peggio per un artista che sentirsi invisibile.
E poi ci sono gli spazi.
Le location istituzionali, meravigliose ma insidiose, con pareti decorate o stucchi che rubano la scena. Gli ambienti contemporanei, invece, esaltano o annullano, a seconda delle luci.
Le sculture devono respirare, le installazioni trovare il loro angolo, i video la stanza più buia. È una partita a scacchi tra forma, luce e sensibilità.
E mentre fuori tutto sembra scorrere in modo fluido e armonioso, dentro si corre, si sposta, si misura, si raddrizza un chiodo e si ritocca un’etichetta.
Il curatore non dirige da lontano: vive la mostra con il corpo e con il cuore.
Sballa, solleva, sistema, osserva, ripensa — e a volte, quando finalmente tutto è a posto, resta solo un attimo in silenzio a guardare.
Perché alla fine, nonostante le corse, la polvere e i pacchi impazziti, la vera gioia di questo mestiere è proprio quella: veder nascere un dialogo tra le opere e sentirlo vibrare nell’aria.
È un lavoro bellissimo, sì. Ma solo se lo si fa con amore — e con scarpe molto comode.
Rubrica a cura di Loredana Trestin. Uno sguardo ironico e autentico sul lavoro che l’arte richiede prima di arrivare al pubblico.
