Fino al 6 aprile 2026, il Casino dei Principi dei Musei di Villa Torlonia a Roma accoglie la mostra “Antonio Scordia. La realtà che diventa visione”, un’antologica che ripercorre l’intera vicenda artistica di uno dei pittori più originali del Novecento italiano. L’esposizione presenta circa 80 opere, provenienti sia dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sia da collezioni private, corredate da documenti d’archivio, cataloghi e fotografie provenienti dalla famiglia dell’artista.
Antonio Scordia, nato a Santa Fè in Argentina nel 1918 da genitori italiani, scelse Roma come città di adozione e luogo privilegiato della propria attività creativa, pur avendo avuto esperienze a Parigi, New York e Londra. Nonostante il riconoscimento della critica, Scordia è oggi poco noto al grande pubblico: la mostra romana rappresenta la prima esposizione pubblica nella Capitale dal 1977 dedicata all’artista, offrendo un’occasione unica per riscoprire il suo contributo alla pittura contemporanea.

Il percorso espositivo si sviluppa sui due piani del museo, iniziando dagli anni formativi immediatamente successivi al 1942. In questa prima sezione, il visitatore incontra i dipinti figurativi ispirati alla Scuola romana, tra cui l’Autoritratto, ritratti della moglie Valentina, il Ritratto del Poeta Sinisgalli e La seggiola e il gatto, acquisito nel 1952 da Palma Bucarelli per la Galleria Nazionale. Questi lavori mostrano già una raffinata capacità di osservazione della realtà quotidiana, che Scordia declina con sensibilità poetica e attenzione ai dettagli. L’evoluzione verso forme post-cubiste si manifesta in opere come Innaffiatoio in giardino e Donna in poltrona, realizzate entro il 1956.
Negli anni Cinquanta, la pittura di Scordia si avvicina all’astrattismo senza rinunciare alla percezione del mondo reale. Tele come Ruderi nel parco, Siesta in campagna, Annuncio e Figura bianca (1959) mostrano la dissoluzione progressiva delle forme, segnando la maturazione di una poetica lirica e colorata, “assediata dalla realtà, la realtà dell’esistente… e soprattutto la realtà dell’esistenza, dentro”, come osserva Maurizio Calvesi. Questo periodo coincide con le importanti esposizioni alla Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis (1955 e 1957), fondamentali per il consolidamento del suo stile.

Gli anni Sessanta vedono Scordia impegnato in grandi tele, tra cui Gorgone, Grande frammento e il Grande interno del 1968, che confermano la sua capacità di unire l’astrazione a un sentimento intenso della realtà. Negli anni Settanta e Ottanta, opere come Specchio Blu (1978), Specchio rosa (1982) e Pietra Lavica (1986) testimoniano la continuità della sua ricerca artistica, che mantiene vivo il dialogo tra esperienza visiva e introspezione poetica.
Accanto alla pittura, la mostra dedica un focus alla produzione di arti decorative: ceramiche degli anni Quaranta, realizzate nello Studio Galassi, e l’arazzo del 1962 per la Turbonave Raffaello, basato su cartoni originali di Scordia. Questo lavoro anticipa il grande arazzo realizzato per il Ministero degli Affari Esteri, oggi nella Sala dei Trattati Europei “David Sassoli” alla Farnesina, esempio significativo della capacità dell’artista di trasferire il proprio linguaggio poetico su supporti monumentali.

Completano l’esposizione disegni inediti provenienti dall’Archivio Antonio Scordia, offrendo uno sguardo sulla genesi delle opere e sui processi creativi dell’artista. La mostra rappresenta quindi non solo un’occasione di riscoperta di un protagonista della pittura italiana del Novecento, ma anche un invito a riflettere sul rapporto tra realtà e visione, tema centrale nella poetica di Scordia. Un percorso che testimonia come, attraverso la pittura, la realtà possa trasformarsi in esperienza poetica, visiva e emozionale, capace di parlare ancora oggi a un pubblico contemporaneo.
