Quando Anna Perach era bambina, i suoi genitori — emigrati dall’Unione Sovietica dopo il crollo del regime comunista — arredarono la loro nuova casa nel deserto del sud di Israele con oggetti che nell’URSS erano simboli di status: carte da parati ispirate ai tessuti francesi e italiani, maschere africane, statuine asiatiche in porcellana. Cose che rappresentavano l’Occidente come lo immaginava chi non poteva raggiungerlo. Cose che contenevano, senza saperlo, tutto il peso di uno sguardo coloniale.
Quella casa è il punto di partenza di Dis/Enchanted Interiors. Non come nostalgia, ma come archeologia. Perach vi torna con gli occhi di un’artista che ha fatto dell’identità ibrida il proprio strumento di ricerca: ucraina di nascita, israeliana di formazione, londinese di adozione. Una traiettoria che si rispecchia in ogni opera, in ogni filo cucito, in ogni scultura che abita lo spazio liminale tra oggetto e pelle.
Il tufting come linguaggio
La tecnica che Anna Perach utilizza — il tufting, normalmente impiegata nella produzione di tappeti — diventa nelle sue mani qualcosa di radicalmente altro. Le sue sculture sono indossabili, abitabili, attivabili. Non stanno ferme sulle pareti: vengono messe in scena, indossate dalle performer, animate nello spazio. Il tappeto, oggetto domestico per eccellenza, si trasforma in pelle artificiale, in costume mitologico, in involucro identitario.

È una scelta precisa. Il tappeto accompagna i viaggi di Perach sin dall’inizio della sua carriera: metafora della migrazione, del portare con sé una superficie di appartenenza, del ridefinire lo spazio ogni volta che si cambia casa. Ma è anche un oggetto storicamente associato al lavoro femminile, all’interno domestico, alla cura invisibile. Prenderlo e trasformarlo in scultura, in corpo, in mostro, è già un gesto politico.
Mostri, streghe e femmes fatales
Le opere in mostra al MAD e al Museo di Antropologia e Etnologia costruiscono un bestiario femminile che non chiede permesso. Mother of Monsters prende le mosse da un racconto di Guy de Maupassant del 1883 — una donna che deforma il corpo delle donne in gravidanza per venderne i figli mostruosi — e lo ribalta: il corsetto che costringe diventa dispositivo visibile, simbolo della violenza strutturale esercitata sul corpo femminile. Non c’è denuncia didascalica. C’è forma. C’è tensione. C’è una bellezza scomoda che non si lascia guardare con indifferenza.
Alkonost porta in scena la creatura della mitologia slava: donna-uccello, sposa abbandonata che si lascia annegare e riemerge come predatrice. Perach è esplicita nel proprio interesse per questa trasformazione: dalla vittima alla femme fatale, dall’impotenza all’appetito. Non è una redenzione romantica. È una rivendicazione feroce e incantevole.

Uncanny Valley lavora invece sul perturbante: una processione di teste ricamate che richiamano quelle della Baba Yaga nella fiaba di Vasilisa la Bella. Ognuna ha un’espressione propria, stranamente familiare. Il termine “uncanny valley” — coniato nel 1970 dal robotico Masahiro Mori per descrivere il disagio che si prova davanti a figure quasi umane ma non del tutto — diventa qui la chiave di lettura di un’intera tradizione folklorica: quella che abita lo spazio tra il riconoscibile e l’inquietante, tra la cura e il pericolo.
Antropologia e autocritica
La collaborazione con il Museo di Antropologia e Etnologia è il cuore più autobiografico del progetto. Per questa sede, Perach realizza un’opera che parte dagli interni della casa di famiglia: quelle carte da parati occidentali, quelle maschere africane, quegli oggetti esotici che i genitori avevano accumulato come simboli di un mondo proibito. Un gesto di autocritica — spiega l’artista — che disvelacome lo sguardo coloniale non abiti solo le istituzioni, ma anche le case, le famiglie, i sogni di chi è stato escluso dall’Occidente e ne ha desiderato le forme.
Significativamente, l’opera non viene collocata all’interno del percorso museale. Perach sceglie di abitarne i margini, rifiutando di essere inglobata dalla logica espositiva che intende interrogare.
Un anno di formazione, una mostra come conclusione
Dis/Enchanted Interiors non nasce nel vuoto. È il risultato — e la conclusione pubblica — di un anno di alta formazione dedicata alle prospettive postcoloniali, di genere e ambientali, nell’ambito del primo Master in Mediazione Trans-culturale del Patrimonio e del Contemporaneo, coordinato da Valentina Gensini e attivato da Fondazione MUS.E con l’Istituto per l’Arte e il Restauro di Palazzo Spinelli. Diciassette giovani laureati e adulti con trascorsi migratori hanno costruito competenze specifiche da portare nei musei e nelle istituzioni culturali italiane.
La mostra è, in questo senso, anche un atto pedagogico. Un modo di dire che l’arte contemporanea non è decorazione, ma strumento di comprensione del presente.
Dis/Enchanted Interiors è visitabile fino al 12 luglio 2026 presso MAD Murate Art District e il Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze.
