“Angelica e Medoro” è un olio su tela realizzato da Simone Peterzano tra il 1571 e il 1572, oggi conservato nella Galerie Canesso di Parigi. L’opera trae ispirazione dal canto XIX dell’Orlando Furioso, dove Angelica, figlia del re del Catai, incontra per la prima volta il giovane guerriero saraceno Medoro, ferito in battaglia. Tra i due nasce immediatamente un legame di empatia e amore, raccontato da Peterzano con grande sensibilità emotiva e maestria tecnica. La composizione mostra Medoro seduto su un manto dorato, la testa reclinata e la bocca semiaperta, mentre Angelica lo sostiene con gesti delicati, catturando il momento di intimità e pietà. Sul lato destro, un pastore trasporta il cadavere di Cloridano, commilitone di Medoro, in ombra per non disturbare la scena principale, mentre a sinistra si intravede un cavallo e sullo sfondo si apre un paesaggio montano illuminato dall’alba, collocando la narrazione in un contesto naturale realistico e poetico.
L’opera fu commissionata dal milanese Gerolamo Legnani e documentata dai testi di Giovan Paolo Lomazzo, che nel 1587 e nel 1589 descrive la scena con precisione, sottolineando l’attenzione ai dettagli e l’intimità tra i due protagonisti. Nonostante alcune incertezze sulla datazione dovute alla cecità precoce di Lomazzo, la tela rimane un punto di riferimento fondamentale per studiare la produzione di Peterzano tra influenze veneziane e lombarde. Tre disegni preparatori, conservati al Castello Sforzesco di Milano, testimoniano la progettazione attenta e furono esposti insieme alla tela nella mostra del 1998. La lunga permanenza a Milano, seguita dalla riscoperta nel XX secolo, ha permesso agli studiosi di apprezzare la continuità della sua estetica e la progressione stilistica dell’artista.

Peterzano utilizza una composizione piramidale che concentra l’attenzione sui due protagonisti, riprendendo schemi già presenti nella tela “Venere e Cupido” della Pinacoteca di Brera. L’artista traduce il calore e il sensualismo del colorismo veneziano in toni metallici e brillanti, sviluppando una cromia che diventerà caratteristica della sua maturità milanese. Paolo Plebani evidenzia come la tela riesca a coniugare la resa dei sentimenti con la ricerca cromatica e luministica, confermando la capacità di Peterzano di fondere diverse tradizioni pittoriche in un linguaggio personale e originale.
“Angelica e Medoro” non si limita a illustrare la letteratura, ma racconta la profondità dei sentimenti e l’umanità dei personaggi, dimostrando come la pittura possa amplificare l’intensità emotiva di un racconto epico. Il dipinto è stato centrale per la ricostruzione monografica dell’artista, offrendo un riferimento imprescindibile per studiare le opere giovanili e mature, e mostrando come Peterzano abbia saputo combinare narrativa, tecnica e innovazione cromatica. La tela rimane oggi una testimonianza imprescindibile del Rinascimento lombardo, un’opera che unisce poesia, sensibilità emotiva e raffinata padronanza della luce e del colore, confermando il ruolo di Peterzano come uno dei protagonisti dell’arte del Cinquecento.
