Il celebre gruppo scultoreo di Amore e Psiche, conservato a Villa Carlotta, fu realizzato tra il 1818 e il 1820 da Adamo Tadolini. L’opera è una replica della scultura commissionata ad Antonio Canova dal principe russo Yussupoff, oggi conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Tadolini lavorò partendo dal modello in gesso donatogli dallo stesso Canova, con l’autorizzazione a realizzare quante copie desiderasse.
La scultura ha diverse versioni: la prima in marmo, eseguita nel 1792 per il Capitano Campbell e successivamente acquistata da Murat, si trova oggi al Louvre; la seconda, eseguita per il principe russo, è conservata all’Ermitage. Differenze tra le versioni riguardano le dimensioni, la posizione delle ali e dei volti. Anche la copia di Villa Carlotta non corrisponde esattamente al modello, segno che il gesso originale fu oggetto di ulteriori rifiniture da parte di Canova stesso, alla ricerca della perfezione.
Realizzata quasi interamente da un unico blocco di marmo di Carrara, la scultura giunse a Tremezzo nel 1834 e, per la qualità straordinaria, fu a lungo considerata un’opera autografa di Canova, diventando un’icona della sensualità e della passione.
La storia di Amore e Psiche
La scultura rappresenta uno dei momenti più intensi della favola di Amore e Psiche, tratta dal libro VI delle Metamorfosi di Apuleio (II secolo d.C.). Psiche, giovane di rara bellezza, era amata e celebrata da tutti, ma la dea Venere, invidiosa della sua avvenenza, ordinò al figlio Amore di farla innamorare di un uomo rozzo e meschino.
Appena Amore vide Psiche, se ne innamorò perdutamente e, aiutato da Zefiro, la trasportò nel proprio palazzo. Lì, Psiche trascorse le notti con Amore senza mai poter vedere il volto del suo amante, che temeva l’ira della madre. La curiosità però ebbe la meglio: una notte Psiche accese una lanterna e vide Amore, ma una goccia di cera bollente cadde sulla sua spalla, svegliando il dio, che la abbandonò in preda alla rabbia.
Per riconquistare l’amato, Psiche affrontò le terribili prove imposte da Venere, fino all’ultima e più difficile: discendere negli Inferi per chiedere a Proserpina un po’ della sua bellezza. L’ampolla conteneva però un sonno profondo, che fece addormentare Psiche mortalmente. Solo Amore poté salvarla, restituendole vita e felicità.
La copia come tradizione e passione collezionistica
L’esecuzione delle copie d’arte ha radici profonde nella tradizione occidentale, rispondendo a bisogni diversi: sostituire opere sottratte o distrutte, replicare oggetti per devozione, o dare vita a opere multiple come stampe e fotografie. Nel caso di Amore e Psiche di Tadolini, la copia nasce dalla passione collezionistica di Giovanni Battista Sommariva.
Tadolini conosceva a fondo la tecnica del maestro Canova, che dagli anni ’80 del Settecento aveva rivoluzionato la scultura organizzando lo studio in fasi ordinate, affidate a diversi assistenti. Dopo i bozzetti in creta e i modelli, Canova applicava le rèpere – centinaia di chiodini in bronzo sul modello finale in gesso – per trasporre le misure sul marmo, lasciando uno strato aggiuntivo per l’“ultima mano” dell’artista.
Possedere il gesso originale della seconda versione consentiva a Tadolini di realizzare copie molto fedeli, garantendo agli acquirenti una qualità prossima all’opera di Canova. Attraverso queste riproduzioni, l’artista non solo affermava la continuità della propria ricerca artistica con quella del maestro, ma rendeva anche omaggio all’ideale di perfezione neoclassica.
