Chi era Alighiero Boetti
Alighiero Boetti nasce a Torino nel 1940. Debutta nell’arte nel gennaio 1967, in piena stagione dell’Arte Povera, il movimento che raccoglie a Torino una generazione di artisti decisi a rompere con le convenzioni del mercato e dell’istituzione, lavorando con materiali semplici, processi elementari, strutture aperte. Ma Boetti non rimane a lungo dentro le coordinate di nessun gruppo: la sua pratica si sviluppa in direzioni sempre più personali, concettuali e sorprendenti, fino a diventare qualcosa di inclassificabile.
Nel 1972 compie un gesto emblematico: si trasferisce a Roma e adotta la firma duale “Alighiero e Boetti”. Non è un vezzo ma una dichiarazione di poetica — l’identità come sdoppiamento, come dialogo interno, come struttura in tensione. Da quel momento il suo nome stesso diventa opera: due nomi, una persona, una domanda sull’autorialità che non troverà mai risposta definitiva.
Negli stessi anni inizia a costruire le collaborazioni che daranno vita ai suoi progetti più noti e duraturi: le Mappe, i Ricami, i lavori Biro, realizzati con artigiani afghani attraverso un sistema di deleghe controllate. Boetti stabilisce il quadro concettuale e le regole, altri eseguono: un’idea di autorialità condivisa che anticipa di decenni le discussioni sulla produzione distribuita e sulla co-creazione. Muore a Roma nel 1994, lasciando un corpus di lavoro che continuerà a essere riscoperto e studiato per decenni.
La mostra come costellazione: otto sale, venticinque anni
Elena Geuna — curatrice indipendente che ha firmato mostre decisive per Fontana, Koons, Richter, Polke e Penone — concepisce la retrospettiva di SMAC Venice come una “costellazione”: non una linea cronologica ma un campo di relazioni, in cui le opere dialogano attraverso le sale secondo logiche tematiche e formali piuttosto che temporali. È una scelta coerente con la natura stessa del lavoro di Boetti, che non ha mai seguito una traiettoria lineare ma ha sviluppato in parallelo serie diverse, lasciando che si interrogassero a vicenda.

Ricamo, 32 × 335 cm, Courtesy Ben Brown Fine Arts © Alighiero Boetti, 2026
Il percorso si apre con una sala dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità. Opere come Autoritratto (1969) e Gemelli (1968) esplorano l’io come entità scissa, riflessa, moltiplicata. Le forme accoppiate e le strutture seriali introducono fin dall’inizio la logica della dualità che rimarrà il filo conduttore di tutta la carriera di Boetti: non c’è mai un elemento solo, ma sempre una coppia, una tensione, un rimando.
Con il procedere della visita questa logica si espande in sistemi più ampi, che coinvolgono il linguaggio, la geografia, il tempo. Le Mappe (1971-) sono planisferi colorati realizzati nel corso degli anni come registrazioni dei mutamenti politici mondiali: ogni variazione dei confini o delle bandiere nazionali aggiorna l’opera, che diventa così un documento in progress, mai definitivo. I Ricami (1971-) portano lo stesso principio sul piano del testo: frasi, proverbi, paradossi ricamati a mano da artigiani afghani, in cui il significato si intreccia letteralmente con la materia. I lavori Biro (1972-) costruiscono invece campi visivi attraverso una fitta puntinatura a penna: blu, nero, rosso, verde che si sovrappongono fino a formare superfici quasi pittoriche, generate però da una regola rigorosa e ripetuta.

Delegare, mappare, accumulare: i grandi temi
Il rapporto di Boetti con l’Afghanistan — dove aprì a Kabul un piccolo hotel, il One Hotel, negli anni Settanta — è centrale per capire la sua pratica. Le lunghe collaborazioni con gli artigiani locali non erano un’appropriazione esotica ma un sistema di lavoro genuinamente condiviso: Boetti portava l’idea, la struttura, il progetto; gli artigiani portavano il tempo, la manualità, la variazione. Il risultato era un’opera in cui la paternità era irriducibile a un solo soggetto — e Boetti lo sapeva bene, lo voleva così.
Questo spostamento dell’autorialità è uno dei contributi più radicali della sua pratica al dibattito artistico del dopoguerra. In un’epoca in cui l’artista era ancora largamente concepito come genio solitario, Boetti costruisce un modello produttivo basato sulla delega, sulla distanza, sulla fiducia nel processo. Differenza, durata e contingenza diventano parte integrante della forma e del significato dell’opera — non variabili da controllare ma forze generative da accogliere.
Le sezioni finali della mostra sono dedicate agli Aerei (dal 1977-), ai Calendari (1974-) e alle opere seriali su carta degli anni Ottanta e Novanta. Gli Aerei sono tra le opere visivamente più sorprendenti di Boetti: strutture mutevoli in cui sagome di aerei militari e civili sono soggette a sistemi classificatori al tempo stesso metodici e instabili, generando campi in cui ordine e caos si scontrano dentro una griglia apparentemente razionale. La serie fu al centro della mostra Alighiero e Boetti. Embellishing the Sky, curata da Elena Geuna nel 2025 presso Ben Brown Fine Arts a Londra — lo stesso soggetto che sostiene la retrospettiva di Venezia — e torna ora in un contesto più ampio e articolato.

Courtesy Ben Brown Fine Arts, © Alighiero Boetti, 2026 DACS
I Calendari accumulano date in modo sistematico, registrando il tempo come misura e come materia. Le opere su carta degli ultimi anni riprendono il medesimo principio: la ripetizione come forma di pensiero, l’accumulo come strategia conoscitiva. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono messi in moto solo per rivelare i propri limiti — uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità.
Una carriera internazionale, un ritorno a Venezia
Boetti ha partecipato ad alcune delle mostre più importanti della sua generazione: When Attitudes Become Form (1969), Contemporanea (1973), Identité italienne (1981). Ha esposto più volte alla Biennale di Venezia, con una sala personale nel 1990, un omaggio postumo nel 2001 e una grande mostra alla Fondazione Cini nel 2017. La retrospettiva Game Plan, presentata tra il 2011 e il 2012 al MoMA di New York, alla Tate di Londra e al Reina Sofía di Madrid, ha consolidato la sua presenza nel canone dell’arte internazionale del dopoguerra.
Le sue opere sono nelle collezioni del Centre Pompidou di Parigi, dello Stedelijk Museum di Amsterdam e del MOCA di Los Angeles, tra molte altre. La mostra di SMAC Venice, realizzata con la collaborazione e il sostegno scientifico dell’Archivio Alighiero Boetti, sarà accompagnata da un catalogo illustrato con testi di Elena Geuna e Hans Ulrich Obrist.
Riportare Boetti a Venezia, nella cornice della Biennale, in uno spazio nuovo e sperimentale come SMAC, è un gesto che ha senso sia storicamente sia simbolicamente. La città lagunare era per Boetti un luogo familiare — e la logica della costellazione con cui Geuna ha costruito la mostra si adatta perfettamente a un edificio come le Procuratie, dove ogni sala è un universo autonomo che entra in relazione con gli altri senza mai dissolversi in essi.
La mostra è visitabile dal 7 maggio al 22 novembre 2026, tutti i giorni tranne il martedì, dalle 10:00 alle 18:00, presso SMAC Venice, Procuratie, Piazza San Marco 105, Venezia. Informazioni su smacvenice.org.